martedì 9 febbraio 2010

L'infame demagogo

Demagogo, colui che fa demagogia, ovvero quella “pratica politica mirante a ottenere potere e consenso, facendo mostra di condividere e assecondare i malumori e le rivendicazioni, anche irragionevoli, delle masse popolari, lusingandole con promesse soprattutto economiche e difficilmente realizzabili”. Siamo soliti occuparci di analisi sistemiche, ovvero di cose irrimediabilmente più serie di queste, ma la spudoratezza di certi personaggi della politica italiana ci obbligano, moralmente parlando, ad un tentativo di sabotaggio delle loro infami e squallide campagne politico-elettorali. In questa sede, come detto del tutto eccezionale, parleremo di quella del ministro della funzione pubblica Renato Brunetta.

Nato politicamente nella cloaca socialista degli anni ’80, Brunetta ha scalato le vette del potere per compensare il suo deficit strutturale di statura, fisica e politica. Noto per le sue doti provocatorie, dotato di un pessimo carattere ampiamente manifestato nei suoi exploit televisivi (al pari di Sgarbi, è un ottimo animale da share), ha attirato attorno a sé interesse, curiosità, apprezzamento e odio. Tralasciando gli elementi di interesse antropologico e psicologico del personaggio, è interessante analizzare come in ambito politico questo signore sia stato in grado di suscitare emozioni così contrastanti. Parliamo di emozioni non a caso, perché questo aspetto è così forte nei suoi confronti tanto da potersi ritenere secondo solo a quello che gran parte della società italiana ha sviluppato per Silvio Berlusconi. Brunetta è un uomo del conflitto, delle soluzioni drastiche, tranchant, del chi sbaglia paga, del rigore, del giuramento (vincolante, per i pubblici dipendenti, ultima follia di una lunga serie di retaggi tardo ottocenteschi evidentemente tornati di moda). Conflitto nel combattere le resistenze alle politiche di “normalizzazione”, un conflitto così aperto da poter individuare in questa prassi un certo ascendente autoritario che si infrange però entro i limiti del formalismo liberale del sistema politico europeo prima che italiano. Dove porta quindi una guerra che non può essere realmente combattuta fino in fondo? Alla polarizzazione, alla logica dello schieramento, ad un conflitto acuto che, ci insegna la scienza politica, elettoralmente non paga in democrazie in tempi di pace. Amore e odio, e più odio che amore, vista la professionalità da fomentatore, capacità sua innata, nota ancor prima del potere. In tempi di frammentazione politico-sociale si cerca (crea) il nemico. La vecchia logica degli stati nazionali imponeva il nemico oltreconfine, oggi il nemico è interno, il pericolo ideologico, il terrorismo e… i fannulloni. Demagogia, abile mossa populistica nello scaricare tutti i mali di un sistema (quella della p.a.) su fantomatici lavoratori poco produttivi, svogliati, nullafacenti, e pagati dallo Stato, no anzi, con i soldi dei cittadini. E poco importa se i soldi pubblici finiscono nel circuito della corruzione politica, il nemico è l’ufficiale d’anagrafe, è l’impiegato del catasto, è tutti e nessuno, ma c’è. Si invoca il modello dell’efficienza, della regola dell’arte, della serietà, quando è cosa nota la storia contraddittoria del nostro ministro in materia di carriera universitaria e di produttività…
Ma non è nostra intenzione fare una disamina alla “Espresso” del vissuto dell’ennesimo predicatore dal razzolamento malandato, ci interessa invece dimostrare il meccanismo delle abili mosse del nuovo maestro della demagogia all’italiana. “Parlare papale papale”, indipendentemente dalle fesserie che si dicono, sovente finendo per fare di tutta l’erba un fascio (vedi le sparate dei mesi scorsi contro i finanziamenti alla cultura finite a base di scurrilità e accuse ideologiche contro un intero settore produttivo) è una prima tecnica che alimenta il sostegno del “popolino”, della “massa” (al singolare), della “pancia” del paese, terminologia ignobile sapientemente utilizzata da questi nuovi campioni di populismo democratico. Un secondo strumento è il raggiro tecnico, una vera e propria truffa perpetrata ai danni della gente sulla leva di un “comune sentire” manovrato a piacimento. Esempio eccezionale dell’evasione fiscale risolta da Brunetta (in forza alla corazzata del governo dell’aliquota unica) con la tassazione indiretta: della serie, non possiamo/vogliamo fermare l’evasione, tassiamo i consumi anziché il reddito, così anche i ricchi pagheranno. Chiunque griderebbe all’infamia per questa folle riedizione della gabella sul sale di colbertiana memoria (anche lui allora alle prese con aristocrazia e parlamenti restii a versare il loro contributo nelle casse dello Stato francese) e invocherebbe le drastiche soluzioni del periodo rivoluzionario che caratterizzarono gli anni a venire di quella disastrosa situazione sociale e finanziaria… Ma questo non accade se l’abilità del demagogo giunge a giustificare l’extrema ratio facendo leva sugli odiati suv e yacht che intasano strade e porti di questo paese, a quel punto i cittadini per bene piuttosto che lasciarla vinta ai possessori degli odiati status symbol saranno pronti a rimetterci. Il luogo comune, elemento portante di una campagna populista che arriva a fomentare il conflitto generazionale, con i bamboccioni fuori casa a 18 anni per legge (legge invocata da un bamboccione che ha pernottato a casa di mammà fino alla veneranda età di 30 anni, pentito naturalmente). Di nuovo stereotipo, stridente con la morale della tradizione, ancora resistente, e utile da giocare. Ma dove si va a 18 anni se non c’è lavoro, e se c’è, nella rarità si fanno i conti con la precarietà? Si recupera subito: i padri sono troppo tutelati, i figli sono troppo disgraziati, che paghino i padri, con 500 euro al mese garantiti nel periodo di vacanza in attesa dell’impiego finanziati con i fondi pensionistici e, per portare a termine un antico sogno, con l’abolizione l’art.18. Un colpo al cerchio, un colpo alla botte e si risolve il problema senza sborsare una lira, facendo semplicemente scannare i padri con i figli, ennesima versione aggiornata della più classica guerra tra poveri.
Ma Brunetta fa male i conti, primo perché i giovani italiani non si accontentano certo dell’elemosina di 5 miseri pezzi da cento che consentirebbero (specie nel tessuto metropolitano) una sopravvivenza al costo di veri e propri stenti, secondo perché la tendenza che si sviluppa attorno alla critica della produzione, all’espressione politica dei bisogni, ai processi di riappropriazione della ricchezza e del reddito è storicamente inarrestabile, e quindi se Brunetta vuole stare al passo con i tempi dovrebbe come minimo alzare la posta in gioco… Crediamo sia oggettivamente troppo tardi perché si possa cadere nella trappola del minimo guadagno a scapito di chi detiene dei diritti acquisiti (ormai storicamente residuali), la logica del minimo per tutti e del giusto per nessuno sa tanto di sovietico, e non crediamo che questo possa davvero interessare a qualcuno. Ma del resto è tutto un gioco di intenzioni, anzi, una palese presa in giro elettorale di un abile demagogo e di un pessimo politico, che gioca sulle divisioni anziché sull’accordo, e che propone follie che mai si trasformeranno in qualcosa di concreto ben sapendo che le prime resistenze, muri insormontabili, si trovano nella sua stessa compagine governativa… Auguriamo a Brunetta di perdere le elezioni veneziane, e ci auguriamo che un giorno si possa gioire di un mondo senza gente come lui.

MM

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mercoledì 9 dicembre 2009

DOMANI 11 DICEMBRE CORTEO NAZIONALE CONTRO LA RIFORMA UNIVERSITARIA

La questura di Roma ha revocato l’autorizzazione del corteo nazionale degli studenti di domani. Un fatto gravissimo, una scelta sconsiderata di un governo in crisi che teme l’esplosione del conflitto di chi la crisi non la vuole pagare. Agitano il “protocollo sui cortei”, un pezzo di carta straccia firmato da sindacati infami e venduti che non vale niente né giuridicamente né materialmente. Vogliono fermarci, l’ultima loro carta è la tentazione autoritaria… Ma non ci fermeranno! Domani scenderemo in piazza ed eserciteremo il nostro diritto a manifestare! Le strade sono nostre, ce le riprenderemo! Un’ondata di conflitto li sommergerà!
Contro la guerra all’università, lanciamo la guerriglia dell’intelligenza!
Per il rilancio del movimento!
Non è che l’inizio…

CONTRO LA RIFORMA UNIVERSITARIA!

CONTRO IL PROTOCOLLO!

ASSEDIAMO IL MINISTERO DELL'ISTRUZIONE!

Appuntamento confermato alla Sapienza, P.le Aldo Moro, ore 9:00

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sabato 5 dicembre 2009

Onda Anomala strikes back!

Pensavano che fosse solo un gioco... Politicanti, benpensanti, borghesi, signorotti, uomini dell'ordine, preti e servi dello Stato. "L'Onda è passata" dicevano... Ma l'Onda è tornata, più forte che mai! Da tutta Italia, cortei e azioni, blocchi e blitz, ma non è che l'inizio... Sono avvisaglie, piccole turbolenze, il mare agitato prima della nuova Onda. Un'Onda grande, matura, che sa cosa vuole e sa come ottenerlo, travolgerà tutto, non la fermerà nessuno...

Il 20 novembre, nella facoltà di Scienze Politiche, alla Sapienza di Roma, più di 500 rappresentanti di studenti universitari e medi, ricercatori e precari di tutta Italia si sono riuniti in assemblea per scrivere insieme il percorso di questa nuova grande ondata di movimento. L'Onda è ripartita, un'Onda Anomala che non conosce argini e barriere, un'Onda pronta a sommergere ogni riforma...

È UN’ONDA LUNGA, CHE NON SI FERMERÀ!

ONDA DI LUNGA DURATA, ONDA CONTINUA SARÀ!

Leggi il documento di lancio della mobilitazione dell'assemblea nazionale

Oggi 20 Novembre una grande assemblea di precari e di studenti, provenienti da tutta Italia, si è riunita alla Sapienza per rilanciare – a partire dalle molteplici iniziative di lotta organizzate in questi mesi nei vari atenei e scuole – un percorso ampio di mobilitazione che rimetta al centro la lotta contro il progetto di dismissione dell'università e che rivendichi un nuovo sistema di garanzie sociali all'altezza delle sfide poste dall'attuale mondo del lavoro. Ad un anno di distanza dall'esplosione dell'Onda, siamo ancora fermi nel nostro rifiuto della crisi economica: noi la crisi non la paghiamo, vogliamo fin da subito riappropriarci del nostro futuro e della ricchezza sociale che ci viene quotidianamente sottratta.

Per queste ragioni chiediamo, in primo luogo, il ritiro immediato del DDL Gelmini – presentato mediaticamente come disegno “innovativo” di riforma dell’Università – che rappresenta palesemente un progetto di riproposizione e cristallizzazione di tutti gli elementi negativi del sistema universitario, denunciati più volte dal movimento dell’Onda:

- non risolve in nessun modo il problema della precarietà né del ricambio generazionale – come propagandato dal Governo – aumentando, invece, il fossato tra tutelati e non tutelati, tra chi è dentro e chi è fuori dal sistema di garanzie sociali;

- non interviene sulla governance degli atenei per innovarla, ma per chiudere i già irrisori spazi di democrazia e partecipazione delle differenti componenti accademiche e consolidare e rafforzare il potere delle corporazioni responsabili del fallimento dell'università pubblica negli ultimi 30 anni;

- indebolisce ulteriormente il diritto allo studio, chiedendo agli studenti di indebitarsi “all'americana” attraverso lo strumento del prestito d’onore, mentre la crisi globale – che mostra il fallimento di un sistema fondato sull'indebitamento – richiederebbe una netta inversione di tendenza e di maggiori investimenti per garantire a tutti l’accesso ai livelli più alti dell’istruzione superiore;

- completa il processo di de-strutturazione e riduzione dell’Università pubblica prefigurando, quindi, un'università complessivamente più piccola, che non risponde alla domanda di maggiore conoscenza e competenze che il nostro paese dovrebbe considerare centrale per le proprie politiche di sviluppo; con l'entrata dei privati negli organi di governo si regalano gli atenei ai poteri locali, senza che questi diano nessun contributo alla crescita dell'università;

- restituisce alle lobby accademiche il controllo sui concorsi, senza incidere sulle pratiche clientelari e mettendo in competizione i precari e gli attuali ricercatori; servirebbe, invece, un piano straordinario di reclutamento, con un numero consistente di concorsi che diano opportunità reali a chi garantisce il funzionamento quotidiano della didattica e della ricerca nei nostri atenei;

- nasconde il progetto di smantellamento selettivo dell'università dietro il paravento della valutazione dei meriti individuali; tuttavia, non si può far finta di non sapere che precarietà e ricattabilità rendono impossibile una valutazione trasparente delle capacità delle persone; la valorizzazione del merito non può prescindere da un serio investimento (anche e soprattutto economico) sulla qualità della didattica e della ricerca e sulla garanzia di autonomia sociale di chi studia, di chi insegna e di chi fa ricerca nelle università. In assenza di tali garanzie, nel contesto Italiano, l'insistenza da parte governativa sul merito si risolve in uno strumento di ulteriore ricatto per i precari. La retorica dell'efficienza e della meritocrazia altro non è che uno strumento per dequalificare ulteriormente il sapere, per stratificare e declassare la forza lavoro.

Specularmente, il taglio dei finanziamenti per la scuola contenuto nella legge 133 di 8 miliardi di euro e la legge 169 con la cancellazione delle compresenze e del modulo determinano un netto peggioramento della qualità della didattica e producono migliaia di licenziamenti. A questo si aggiunge il progetto di legge Aprea che, se approvato, porterebbe l'ingresso dei privati nelle scuole e sarebbe causa di una assurda gerarchizzazione della classe docente con la repressione della libertà di insegnamento e dell'autonomia dei docenti. Allo stesso modo, la volontà di aziendalizzare la scuola uccide l'emancipazione culturale degli studenti. Il protagonismo del movimento dei precari della scuola, dei genitori e degli studenti di questi ultimi mesi si salda naturalmente con la lotta che parte dalle università per costruire una grande risposta unitaria di tutto il mondo della conoscenza contro l'attacco mosso da governo.

In un contesto di forte crisi sociale e produttiva, l’investimento politico ed economico sulla Scuola, sull'Università, le Accademie, i Conservatori e sulla Ricerca come beni comuni dovrebbe essere il principale strumento per il rilancio del paese, fondato sulla qualità della vita delle persone e che sappia andare oltre i limiti del modello fallimentare imposto dall'attuale classe dirigente ed imprenditoriale. L'attacco alla Scuola e all'Università al quale stiamo assistendo è parte di un'aggressione più generale, tanto più anacronistica proprio perché cade nel pieno del fallimento delle politiche di smantellamento dello stato sociale condotte negli ultimi tre decenni.

Non è un caso se l'Onda ha fatto breccia nell'immaginario: ha saputo, infatti, esprimere i bisogni e i desideri di una nuova generazione. La generazione dell'Onda ha mostrato, nel cuore della crisi globale, che in una società della conoscenza l'accesso pubblico all'università e la qualità del sapere, sono degli elementi di nuova e piena cittadinanza. Oggi, alla luce del nuovo progetto di riforma e assunto il definitivo fallimento del modello del 3+2, pensiamo sia ancor più centrale riaprire, in tutti gli atenei, la lotta per l'accesso e per la qualità del sapere, per l'abbattimento delle forme di blocco, di selezione e di segmentazione dei percorsi formativi (numeri chiusi, test d'ingresso, percorsi d'eccellenza), per la rivendicazione di spazi di decisione sulla didattica e sulla ricerca e di autogestione dei percorsi formativi.

Scuola, Università, Accademie, Conservatori e Ricerca sono parte di un modello innovativo di welfare che sappia rispondere alle attuali forme di sfruttamento. La continuità del reddito, l'accesso alla casa e alla mobilità sono bisogni ormai imprescindibili. Solo rispondendo al problema della precarietà di chi studia e lavora nei luoghi della conoscenza con la definizione di un nuovo welfare, si oppone una risposta al governo che non sia corporativa, ma che sappia parlare all'intera società e attraversarla. Per queste ragioni riteniamo decisivo rilanciare nelle prossime settimane una campagna, in tutte le città, per rivendicare forme di erogazione, diretta ed indiretta, di reddito per gli studenti e i precari, che vada nella direzione del rifiuto delle forme di precarizzazione.

Per questo, da oggi, studenti e lavoratori precari lanciano una vera e propria campagna di mobilitazione che unifichi le lotte portare avanti nelle scuole e nelle università e che, a partire da questa Assemblea nazionale, abbia il passo abbastanza lungo da mettere in discussione il percorso di questo DDL e porre all'ordine del giorno nazionale l'elaborazione di un nuovo sistema di welfare all'altezza delle sfide della società della conoscenza.

Si propone di:

- organizzare iniziative di mobilitazione sui territori, in forme molteplici, il 2 dicembre;

- in occasione dell'11 dicembre vogliamo generalizzare lo sciopero e assediare il Ministero, a partire dalla mobilitazione già lanciata dai coordinamenti e dai precari delle scuole e dai sindacati;

- assediare il Parlamento in concomitanza con il calendario di discussione e votazione del DDL;

- organizzare una grande manifestazione nazionale a Roma a inizio marzo che, partendo dalla difesa e dal rilancio dal mondo della conoscenza, coniughi la necessità di eliminare la precarietà lavorativa ed esistenziale con il contrasto delle migliaia di licenziamenti giustificati pretestuosamente con la crisi rivendicando un nuovo sistema di welfare fondato sulla continuità di reddito per tutti, l'accesso alla mobilità alla casa e ai servizi.

Assemblea nazionale dei precari e degli studenti

Roma, 20/11/2009

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lunedì 16 novembre 2009

PER UN 17 NOVEMBRE DI LOTTA, DI CONFLITTO E DI SOLIDARIETA'!

Domani è il 17 novembre, data di celebrazione di un evento importante della nostra storia contemporanea, l’assalto e la resistenza degli studenti del Politecnico di Atene al regime dei colonnelli. Era il ‘73, furono arrestati e massacrati, in molti morirono sotto il fuoco della repressione del regime fascista. È ricordando quella dimostrazione al politecnico che ogni anno nel mondo si celebra, liturgicamente e per questo in maniera un po’ schifosa, la “giornata internazionale dello studente”. Liturgia anche in Italia, anche se alcuni vorrebbero vedere in questa una forma di “lotta”... Virgolette queste ultime d’obbligo, perché ci si confronta con l’opportunismo di certe note sigle riformiste che sfruttano date importanti come questa per il loro tornaconto, organizzando per l’occasione le loro finte quanto inutili manifestazioni perbeniste di studenti medi (gli unici che riescono a coinvolgere facendo leva sulla loro incolpevole ingenuità). Anche quest’anno si assisterà alla solita funzione, celebrata dai soliti nomi noti, da qualcuno nuovo, ma sempre riconducibile alla medesima matrice. Insomma, le stesse facce di culo che per inseguire i frutti di un’ignobile marketing della politica (da bravi discepoli del “sistema italiano”) sono pronte ad inneggiare alle rivolte studentesche antisovietiche dell’89, anticomuniste dicono, sputando sul piatto dove fino all’altro ieri hanno mangiato, imboccati dai loro vecchi padroni moscoviti. Ma la situazione politica attuale è ben diversa da quella degli anni passati, ed è per questo che diciamo: facciamo del 17 novembre una vera giornata di lotta! Tutti i compagni dei collettivi autonomi e delle realtà autorganizzate dell’università si mobilitino per fare di questa data una giornata di conflitto, dell’Onda, che travolga l’ignobile teatrino dei riformisti servi, di partiti e sindacati! Solo l’università è in grado di produrre partecipazione politica autonoma e slegata dagli squallidi giochi di potere che i “sindacati studenteschi” fanno da anni sulle teste degli studenti medi. È solo dall’università che può nascere un conflitto vero, che può fornire all’appuntamento il giusto spessore politico, ed esprimere così la necessaria solidarietà ai compagni delle università greche, in questi giorni sotto un durissimo attacco della repressione, oggi come allora*.

Roma: Martedì 17 novembre, appuntamento alle 10:30 alla facoltà di Lettere in Sapienza.

Per un 17 novembre di conflitto!
Solidarietà ai compagni greci!


MM




*Vedi: Salonicco, carcere per chi occupa scuole e università, da Infoaut.


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lunedì 9 novembre 2009

Per un nuovo conflitto costituente: gli studenti, la crisi e le sfide dell’Onda

A un anno di distanza dalla prima ondata di cortei spontanei ed occupazioni è opportuno, e forse solo ora possibile, produrre un’analisi complessiva del profilo politico del movimento dell’Onda, un movimento che ha rotto non poche strutture politiche consolidate che hanno regolato le mobilitazioni studentesche negli ultimi 20 anni. Ci interessa il profilo politico perché è quello che noi consideriamo come più idoneo e rilevante per valutare la reale consistenza e forza di questo movimento tutt’altro che estinto. Naturalmente non tralasceremo il necessario approccio alla sua composizione sociale, anche se come semplice conseguenza metodologica. Rinunciamo a tracciare un profilo ideologico, quanto mai sterile nella sua dimensione “riassuntiva”, tipica della caratterizzazione dei movimenti politici novecenteschi, ed abbandoniamo l’ipotesi di costruire in maniera artificiosa un impianto teorico dell’Onda, non foss’altro perché nella realtà fattuale della sua esperienza si può considerare completamente sussunto nella sua pratica politica.
Innanzitutto un dato: il movimento dell’Onda è stato il primo movimento studentesco che da decenni a questa parte ha avuto la capacità di produrre mobilitazione, e quindi la capacità di conservare la propria soggettività, “superando l’anno”, rompendo gli argini temporali delle mobilitazioni studentesche che si riproducono fisiologicamente di anno in anno rimanendo però legate al loro ambito stagionale. In particolare l’elemento che segna il superamento di questa condizione è dato dalla capacità del movimento di rimanere movimento anche dopo l’estinzione del casus belli legislativo che ha fornito l’elemento causale della contestazione, la legge 133: di norma storica degli ultimi anni di “movimento studentesco” categoricamente e genericamente inteso, la spinta di partecipazione e di contestazione è andata esaurendosi sistematicamente con la conclusione dell’iter legislativo delle riforme scolastico-universitarie, con un climax di mobilitazione liturgicamente celebrato il giorno dell’approvazione definitiva. Questa continuità che si è avuta negli anni, dal movimento della “Pantera” al movimento di contestazione contro la riforma Moratti si è finalmente spezzata, alla verifica di un movimento che ha prodotto mobilitazione cronologicamente successiva ai momenti della ratifica istituzionali dei provvedimenti di riforma. È da questo dato che è necessario distinguere due fasi della mobilitazione dell’Onda. La prima riguarda l’espressione prima e propria del movimento, quella della mobilitazione diffusa dei cortei spontanei, delle occupazioni generalizzate: questo primo momento ha il picco di mobilitazione in prossimità dell’approvazione della legge, e procede con intensità discendente fino al mese di dicembre. La seconda fase, che costituisce il vero elemento di discontinuità storica, è quella che noi abbiamo chiamato dell’“Onda lunga”, ovvero l’insieme di iniziative di partecipazione che sono seguite cronologicamente al fisiologico processo di smobilitazione invernale. Il fatto stesso di rilevare momenti di lotta successivi alla mobilitazione generalizzata individua quel fattore di discontinuità di cui abbiamo parlato. Per utilizzare una facile metafora, l’Onda, nella sua anomalia, come il fenomeno naturale a cui fa riferimento, presenta una forza tale da permettere il superamento della linea costiera e l’invasione della terra ferma. In questo caso la terra ferma è il terreno di scontro su cui si è mossa l’Onda nel corso di quest'anno. Onda lunga quindi, ma anche di lunga durata, grazie anche e soprattutto ad accelerazioni importantissime che hanno evidenziato la maturità dell’Onda, prima fra tutte la contestazione del G8 dell’università[1], in cui si è percepita un'interessantissima dimensione di conflitto che questo movimento è stato in grado di produrre nell’ambito di una politica di soffocamento delle agitazioni e tensioni sociali in tempo di crisi portata avanti da partiti, sindacati e istituzioni.
Oggi l’Onda è il movimento universitario che si trova di fronte all’ennesima riforma dell’università che vuole dirsi “definitiva”, immediatamente figlia della crisi, in questi giorni formalizzata in disegno di legge. Subito un dato: il fatto che il governo delle destre abbia optato per la forma del ddl anziché per la legiferazione per decreto, in controtendenza alla sua impostazione autoritaria e alla sua prassi parlamentare, è una diretta conseguenza (e parziale vittoria) del movimento, che ha posto le condizioni per la necessità di un iter legislativo diluito nel tempo anziché un procedimento breve che avrebbe sicuramente spostato la dialettica interna all’università sull’ordine pubblico, oggi potenzialmente difficile o addirittura impossibile da gestire senza scelte rischiose quanto dolorose. Gli aspetti più interessanti di questa legge superano però l'evidenza dell’ennesima riforma a costo zero (diretta esigenza dello Stato nella crisi, e nella crisi conseguente dei suoi conti pubblici) e che va ad addossare i costi della “razionalizzazione” (leggi, della crisi) sulle spalle degli studenti e, in particolar modo, di coloro che si troveranno a fare i conti con la chiusura degli atenei periferici senza un sistema di welfare in grado di colmare il divario tra loro e gli studenti metropolitani (vista la completa assenza di un piano per la mobilità e per la questione abitativa): l'aspetto più rilevante è che questa legge va a riconfigurare strutturalmente gli strumenti della governance e il modello direttivo dell’università intesa come istituzione della formazione[2]. Il fatto che tutto il discorso verta sulla retorica del merito e sulla “meritocrazia” come sistema tradisce la volontà delle destre di chiudere definitivamente con una stagione ormai storica che è quella dell’università pubblica post-’68, che con tutti i suoi limiti e le sue conservazioni, ha permesso lo sviluppo dell’università come un luogo non esclusivamente legato alla sua funzione principe di “apparato ideologico di Stato” per dirla con Althusser. Per quanto abbiano continuato a sussistere nel tempo le più odiose logiche baronali e corporative, all’interno dell’università è rimasto sempre quello spazio, aperto con le lotte del ’68 e allargato con le potentissime esperienze di contropotere studentesco del ’77, che ha permesso agli studenti di vivere l’università come luogo di libera crescita culturale, di espressione politica, di critica, superando quindi i meri risultati formali di quella stagione, ovvero le minime rappresentanze studentesche (ampiamente delegetittimate dallo stesso corpo studentesco) istituzionalizzate nel senato accademico e nei consigli di facoltà. Uno spazio che ha permesso di creare percorsi di formazione alternativa, autonoma, forme di autogoverno e autogestione dei percorsi didattici[3]. La riforma attuale ha in mente di abolire ogni forma di autorganizzazione del sapere dal momento che è in piano la completa ripianificazione e sistematizzazione dei percorsi didattici sulla base delle esigenze concrete del “mondo del lavoro”, ovvero del capitale. Questo processo abolirà con geometrica selezione darwiniana ogni insegnamento e ricerca ritenuto “inutile” o superfluo alle esigenze della produzione (che vanterà per questo diretti rappresentanti negli apparati gestionali degli atenei). Questo significa che si stanno preparando ad un’operazione, diremmo epocale, di neutralizzazione di ogni voce critica all’interno dell’università e di qualsiasi gruppo sociale in grado di muoversi all’interno della sua struttura creando conflitto e resistenza alla gestione verticistica dei singoli atenei. La retorica del merito non fa altro che offrire una copertura ideologica ad una volontà politica di irregimentazione del sapere secondo le necessità del mercato. In questo scenario di cesura storica va a inserirsi la lotta degli studenti, che difendono il loro diritto al sapere critico, all’autoformazione e all’autoriforma in risposta a questo scenario che ir entra a pieno titolo nel grande esperimento di controllo sociale che questo governo sta tentando con l’approvazione di leggi ora repressive ora palesemente autoritarie[4].
È quanto mai evidente che è necessario spostare l’attenzione sui concetti che regolano l’azione politica del governo e valutare la giusta risposta del movimento, in particolare sul piano terminologico: prioritario è far valere ed evidenziare problematicamente il contrasto stridente tra il concetto fondante di democrazia e quello esclusivo e vuoto di "meritocrazia", soprattutto quando questo principio di contrapposizione riguarda un soggetto sociale che in questa fase storica si fa carico di una trasformazione immanente, in quanto destinatario di un mutamento della suo ruolo fondamentale nel sistema produttivo e titolare di un potenziale di sovversione sistemica dello stesso processo e dell’intero sistema. Esattamente come 40 anni fa, il corpo sociale studentesco si trova nella condizione di poter delineare i lineamenti fondamentali del riassetto istituzionale, proprio perché interprete diretto di un mutamento strutturale della sua posizione funzionale all’interno della società. Il ’68 ha rappresentato l’esplosione delle contraddizioni sistemiche della condizione studentesca alle prese con la massificazione dell’università, è allora che gli studenti hanno percepito una realtà potentissima del loro tempo: la fine del ruolo funzionale delle barriere architettoniche che separavano i luoghi della formazione con il resto della società, barriere rappresentate da quei muri che sono stati oltrepassati dal movimento degli studenti per muoversi liberamente e politicamente nel tessuto produttivo metropolitano. Stesso processo di violazione dei confini fisici dei luoghi fondanti della società disciplinare è avvenuto nello stesso momento nella fabbrica, da qui l’incontro di due soggetti sociali fino ad allora distinti e in quel momento non più distinguibili in quel tessuto produttivo che in quegli anni cominciava a convertirsi verso una produzione di valore decentralizzata rispetto alla materialità dei luoghi tradizionalmente deputati allo scopo. È da questo presupposto che si può rifiutare la logica che distingue il ’68 tra operaio e studentesco e, di volta in volta, più operaio o più studentesco, dal momento che quel movimento ha ricompreso entrambe le soggettività (nella loro dimensione politicamente determinata) non più divise dalle categorie oggettivanti di una modernità già allora in crisi. Partendo da questo assunto, tenendo presente la determinazione politica di questo incontro ricomponibile nella dimensione sociale del declino, seppure esplosivo, della figura dell’operaio-massa, possiamo comprendere il superamento della dimensione ancora “unitaria” che ha caratterizzato questo primo e definitivo incontro. Lo slogan che caratterizzò il ’68, e successivamente l’autunno caldo, “operai e studenti uniti nella lotta” è oggi completamente superato nel momento in cui, oggi, diventa accettabile solo quando esso stesso presuppone il suo superamento paradigmatico: da “operai e studenti” a “operai-studenti”, o meglio “studenti-operai” nella dimensione sociale della soggettività ricomposta. Il dato che va compreso come condizione immanente alla composizione sociale attuale è che al figura dello studente è oggi compiutamente assunta e sussunta nel processo di sfruttamento capitalistico, nel momento in cui la sua capacità cognitiva diviene oggetto di valorizzazione da parte del capitale. La condizione dello studente afferisce oggi compiutamente e in maniera sostanziale a quella moltitudine operaia che rappresenta lo stato compositivo della classe nella definizione storica del post-fordismo: studenti di questa particolare generazione, che per primi vivono la prospettiva reale dello sfruttamento nella loro condizione di salariati del lavoro cognitivo. Le leggi che hanno in questi anni ridisegnato il panorama giuridico del lavoro dipendente riconvertendolo in sistema di produzione e riproduzione di precarietà si configura come l’adeguamento giuridico-formale alle nuove esigenze del capitale, in grado ora di trarre valore e profitto dal lavoro intellettuale-immateriale, che viene di conseguenza irreggimentato nel sistema del salario. È in questo contesto si delineano i caratteri di quell’integrazione sociale che lega l’operaio di fabbrica allo studente universitario, l’operatore del call-center al precario della ricerca, il contrattista a progetto al tremesista della pubblica amministrazione, non solo per un fatto di equiparazione giuridica del salario quantificato in cifre analoghe e contratti di durata e tipologia medesima, ma per quella realizzazione di classe oggi compiuta che vede il lavoro subordinato (e chi produce e riproduce valore capitalistico al di fuori del rapporto formale di lavoro) nella sua interezza e in conflitto sistemico con il capitale. Ed è da qui, da questa realizzazione, che parte potente l’istanza costituente, che nasce il nuovo potere in grado di concretizzare il mutamento: dal contropotere delle lotte si lancia la richiesta del reddito, intero e immediato, nell’osservanza del principio e istinto di riappropriazione che risuona nella post-modernità negli slogan “dateci il denaro!” e “tutto subito!”. L’offensiva al capitale si muove oggi secondo queste direttrici, formalizzatesi negli ultimi 30 anni nei bisogni emergenti dell’operaio-sociale, che diviene oggi soggetto principale e protagonista del processo di trasformazione. Quindi, sul fronte universitario: fine della logica unitaria, superamento del principio di equiparazione operai-studenti del ’68 sulla base della richiesta del salario: è negli atti lo stravolgimento dei termini relazionali tra capitale e categorie sociali oggettivate del fordismo, la battaglia è contro il lavoro, ora e subito! La rivendicazione sessantottina del “salario studentesco” viene oggi distrutta dalla questione del reddito, ed è da questo elemento che può ripartire la lotta degli studenti come motore propulsivo di una prima e grande necessaria offensiva autonoma e moltitudinaria contro capitale e istituzioni, figlia della migliore sovversione operaia del nostro tempo…
Sul piano operativo: la rinascita del conflitto in termini di processo dipendono dal grado di rottura con la continuità riformista che regola e imbriglia l’antagonismo all’interno della legalità e dei binari istituzionali: più è forte il momento di rottura e più è possibile un mutamento della dialettica delle parti sociali verso l’opposizione sociale. Nel dibattito storico si è discusso su quale fosse stato il momento di rottura che portò al ’68 come momento fondante di un processo di conflitto lungo (con le lotte degli anni ’70): in molti convergono sugli scontri di Piazza Statuto. Gli studenti dell’Onda il loro battesimo del fuoco l’hanno avuto, in quel maggio di lotta che ha visto di nuovo Torino come scenario di uno scontro sociale, dove studenti, precari e giovani proletari hanno ricevuto il plauso e la solidarietà di chi, per una questione d’età, quei giorni non c’era. L’Onda sola ha prodotto il vero e giusto conflitto nella crisi, ed è nell’autunno della crisi che deve trovare la forza di ripetersi, puntando alla rottura generale e allo stravolgimento complessivo degli schemi dialettici istituzionali. Solo in questo modo l’Onda può vincere la sua battaglia contro la riforma, saldando le sorti della sua lotta con un’offensiva sistematica e generalizzata in grado di spostare l’attenzione verso l’interezza delle politiche pubbliche del governo della crisi. Attraversare criticamente e scompostamente i cortei sindacali, per sovvertirne la piattaforma confederale e catalizzare la rabbia sociale verso il conflitto reale, sembra configurarsi come lo strumento più efficace per perseguire oggi questo obiettivo. È solo a Roma diciamo noi, nel cuore pulsante e materiale del potere politico, che può avvenire la rottura, che può verificarsi il conflitto costituente, che può generalizzarsi e concretizzarsi lo scontro con le istituzioni di chi non vuole pagare la crisi. Per una lotta che porti alla vittoria, per un'altra accelerazione, per una nuova stagione.


MM



Note:

[1] Vedi articolo "Torino, 19 maggio 2009: inizio di una nuova fase costituente del movimento?" del 23 maggio
[2] Testo completo del ddl
[3] Su questo si faccia riferimento ai lavori della Rete per l'Autoformazione e al percorso per l'autoriforma. Caratteri fondamentali di queste esperienze sono sintetizzati in questo documento di "Sapienza per l'autoriforma"
[4] Vedi articolo "Crisi, razzismo, repressione: caratteri dell'offensiva autoritaria in Italia" del 26 maggio

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giovedì 24 settembre 2009

Il sangue dell'Honduras: notizie dal golpe

Già da ieri circolavano notizie preoccupanti sugli scontri di Tegucigalpa dove si è verificata una violentissima repressione delle manifestazioni popolari contro il colpo di Stato (avvenuto il 28 giugno scorso) in occasione del ritorno in patria tre giorni fa del legittimo presidente Manuel Zelaya. Oggi anche la polizia golpista ha dovuto riconoscere la gravità dei fatti confermando 2 morti tra i manifestanti. In una situazione socialmente sempre più instabile le forze armate dettano legge per le strade dell'Honduras, ancora sotto coprifuoco... In attesa degli eventi e con il timore di dover aggiornare l'elenco delle vittime della repressione criminale del porco Micheletti, riportiamo una recente intervista del CNB - Coordinamento Nazionale Bolivariano a Giorgio Trucchi, giornalista esperto di questioni centramericane, che ha seguito dall'interno le vicende legate al golpe.


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1) Dal giorno dell’illegale arresto del legittimo presidente honduregno Manuel Zelaya, lo scorso 28 giugno, i golpisti guidati da Micheletti stanno attuando una feroce repressione contro la popolazione che nella capitale e nelle più importanti città honduregne stanno manifestando il loro sostegno affinchè venga ristabilito l’ordine democratico. Le poche notizie che riescono a sfuggire dalla morsa della censura imposta dai golpisti parlano di oltre 650 arresti. Le aggressioni più clamorose contro i manifestanti sono avvenute nei pressi dell’aeroporto di Tegucigalpa e al confine nicaraguense. Nel primo caso i manifestanti, che si erano radunati per accogliere l’aereo che riportava in patria il legittimo presidente Zelaya, sono stati prima fatti avvicinare e poi colpiti con armi da fuoco e lacrimogeni da parte dei reparti dell’Esercito, provocando la morte di due persone. Nel secondo caso i manifestanti sono stati aggrediti per impedire che raggiungessero in massa il luogo dell'incontro con il presidente costituzionale. Cosa ci puoi dire di più al riguardo?

Prima di tutto bisogna segnalare che è stata una manifestazione veramente incredibile, dove si calcola che abbiano partecipato tra le duecentocinquantamila e le trecentomila persone. Effettivamente la polizia è stata quella che ha fatto passare i dirigenti del Frente Nacional contra el golpe de Estado e le persone che hanno tentato in diversi momenti di entrare, mentre la repressione, come giustamente dicevi, è stata portata avanti proprio dall’esercito.

Quello che si è riusciti a ricostruire è che la gente ha cercato, in attesa dell’arrivo del presidente Zelaya, di entrare all’interno della pista facendo dei buchi nella recinzione, però sempre in modo molto pacifico, nel senso che non c’era nessuna intenzione di entrare a fare violenza; era solo il grande entusiasmo per il ritorno del loro presidente. In quel momento, io credo seguendo un piano già preparato, all’improvviso l’esercito ha iniziato ad aprire il fuoco. Dico un piano già preparato perché già nei giorni precedenti a questo fatto sia l’esercito, ma anche il cardinale Rodriguez, avevano detto che in quella manifestazione ci sarebbe potuto essere spargimento di sangue, e che Zelaya sarebbe stato responsabile di questo.
In un muro adiacente la pista dell’aeroporto dove poi la gente si è nascosta, si è buttata a terra, si sono contati più di un centinaio di segni lasciati dai proiettili, e stiamo parlando quindi di proiettili veri e non di gomma come poi hanno riportato le fonti dell’esercito; ed è stato proprio durante questa sparatoria che è stato ucciso un ragazzo di 19 anni, Isis Obeid Murillo, il quale è stato colpito alla testa da una pallottola esplosa, secondo le versioni che circolano, da un franco tiratore. Chiaramente sarà difficile poterlo dimostrare, però ad esempio su questa morte, proprio nei giorni scorsi, la Commissione Interamericana per i diritti umani (CIDH), che è stata per due giorni a Tegucigalpa per verificare proprio lo stato della violazione dei diritti umani dal 28 di giugno, dal giorno del colpo di stato ad oggi, ha riconosciuto che almeno quattro morti, tra cui quella di Isis Obeid Murillo, il ragazzo dell’aeroporto, hanno legami diretti con la repressione scatenata dall’esercito e dalla polizia. Per cui già non sono solo voci e la CIDH ha chiesto formalmente al governo di fatto, al governo golpista di Roberto Micheletti, di permettere al Pubblico Ministero di iniziare le indagini per verificare effettivamente questa connessione. Quello dell’aeroporto è stato poi il primo di tanti esempi della repressione; ricordiamo che dopo questo fatto ci sono state forti repressioni a fine luglio quando poi è stato ucciso il maestro Roger Abraham Vallejo , anche lui con un colpo di pistola alla testa, questa volta da parte della polizia. La repressione del 12 agosto in cui i manifestanti sono stati selvaggiamente picchiati davanti al parlamento, e dove la gran parte degli arrestati (si parla di più di seicento arrestati a Tegucigalpa e in altre parti del paese), sono stati torturati, sono stati arrestati e portati in luoghi totalmente illegali, perché non sono posti di detenzione, come ad esempio i sotterranei dello stesso parlamento o la caserma dei corpi speciali della polizia Cobra. Io ho visto personalmente, all’interno dell’Hospital Escuela, varie persone con il viso completamente distrutto dalle manganellate e addirittura un signore che aveva sulla schiena dei chiarissimi segni di catene, nel senso che è stato colpito con catene di ferro. Conseguentemente a questi casi di tortura e dopo le violenze del 12 di agosto, la CIDH è venuta in Honduras per constatare proprio questa situazione.

2) Il Presidente Zelaya è stato accusato dai golpisti di aver intenzione di modificare la Costituzione in modo illegittimo, invece è noto che anche in Honduras si stava percorrendo il processo di trasformazione costituzionale, attraverso proposte di riforme, che avrebbero consentito una maggiore democratizzazione del Paese e impedito agli interessi delle multinazionali straniere di poter procedere impunemente con il saccheggio delle risorse di questo paese. I golpisti, di cui Micheletti è il portavoce, stanno tentando di impedire che il popolo honduregno diventi, attraverso un libero processo democratico, padrone del proprio destino. Quali interessi si celano dietro questo ennesimo attentato alla sovranità di un popolo latinoamericano?

Il tema della relazione tra il colpo di stato in Honduras e l’istallazione di una quarta urna che sarebbe servita alla popolazione per dire se nelle prossime possibili elezioni del 29 di novembre si sarebbe dovuto votare anche per l’istallazione di un’assemblea costituente che avrebbe poi, forse, portato ad una riforma della costituzione, è tutta da verificare. Prima di tutto bisogna chiarire che questa consulta popolare non aveva nessuna, diciamo, obbligatorietà da parte dei poteri dello Stato di renderla effettiva. Era una consulta popolare, non era un referendum, la gente avrebbe potuto dire: “si, vorrei che si istallasse un’assemblea costituente”; il parlamento avrebbe potuto poi decidere in un senso piuttosto che in un altro. Avrebbero quindi deciso i deputati se prendere in considerazione questa richiesta della popolazione. Quindi qui cade tutto questo castello montato dicendo che si voleva cambiare la costituzione, che si voleva distruggere la costituzione, perché non è affatto così.
La cosa da smontare è proprio questo legame diretto fra la consulta popolare e il colpo di stato. Il colpo di stato, ormai è chiarissimo a tutti, è stato orchestrato da quello che in Honduras chiamano grupos fàcticos, ossia quelle 13-14 famiglie dell’oligarchia nazionale che controllano più dell’80% delle economie e dei servizi dell’Honduras. Queste famiglie hanno chiaramente non solo pensato, attuato con l’aiuto dell’esercito, e poi gestito nelle settimane successive, il colpo di stato, ma lo venivano preparando già da parecchi mesi. Quindi l’elemento della consulta popolare è solo una piccola parte dei motivi che hanno portato questi potenti gruppi economici ad abbattere e defenestrare il presidente Zelaya. Gli altri motivi evidentemente sono molto più ampi; hanno a che fare con una serie di riforme che Zelaya ha fatto nei suoi quattro anni di presidenza, hanno sicuramente a che fare con l’adesione all’ALBA, con la situazione che si è creata in centroamerica, dove anche il Nicaragua fa parte dell’ALBA, ed il Guatemala di Petrocaribe, dove le recenti elezioni in El Salvador hanno visto l’FMLN vittorioso con l’appoggio di un presidente, Funes, chiaramente più moderato di altri presidenti centroamericani e dello stesso Chavèz, che però ha già espresso intenzione di avvicinarsi a Petrocaribe e di valutare tutta una serie di cose.
Per cui questo colpo di stato in Honduras desta grande preoccupazione, così come è preoccupante la presenza dei falchi nordamericani, dei settori più retrogradi e superconservatori dell’establishment nordamericano, che chiaramente Barack Obama non è in grado di controllare e che appositamente gli hanno lasciato controllare tutta una serie di apparati dello Stato, proprio per impedire tutta una serie di riforme. È chiaro che Obama probabilmente, non dico che non fosse a conoscenza di questa intenzione di un colpo di Stato, ma sicuramente era occupato in altre cose; credo che questo sia stato un grave errore del nuovo presidente nordamericano, di non porre attenzione a quello che stava accadendo in centroamerica e soprattutto in Honduras. Per cui cercare di fare questo abbinamento di quarta urna/consulta popolare/colpo di stato è un’eccessiva semplificazione che fa comodo al governo golpista, che fa comodo a questi gruppi di potere economico e politico che controllano tutti i poteri dello Stato in Honduras.
Le ragioni come detto sono molto più ampie, molto più radicate.

3) La notizia del golpe contro il Presidente Zelaya è arrivata improvvisa in Italia. Nessuno degli inviati in America latina, tra quelli dei più importanti mezzi d’informazione, ha intuito ciò che stava per accadere. Il copione con cui il rapimento di Zelaya è avvenuto farebbe invece pensare che dietro ci sia stata un accurata preparazione. Qual’era l’aria che si respirava a Tegucigalpa i giorni prima del golpe?

E’ proprio quello che stavo dicendo. Nei giorni prima del golpe c’erano dei rumori. Io ho fatto un articolo proprio tre giorni prima del golpe che si intitolava “Honduras al borde de un golpe de estado” (Honduras sull’orlo di un colpo di stato) proprio perché i giorni precedenti si era visto che c’erano state furibonde reazioni da parte praticamente di quasi tutti poteri dello Stato; la Corte Suprema di Giustizia aveva detto chiaramente che questa consulta popolare era illegale perché andava contro la costituzione. L’esercito, in questo caso l’alto comando dell’esercito (non il capo supremo perche è il presidente della Repubblica e quindi Zelaya), il capo di stato maggiore Romeo Vásquez Velásquez si era rifiutato proprio due giorni prima di distribuire il materiale per la consulta elettorale, e il presidente Zelaya di fronte a questo rifiuto, come massima autorità dell’esercito e presidente della Repubblica, gli aveva praticamente tolto l’incarico; per cui si sentiva che c’era qualcosa che non andava, si sentiva che c’era una grossa reazione. Lo stesso Micheletti, che a quel tempo era presidente del congresso, aveva avuto parole durissime contro Zelaya (vale la pena dire che sono dello stesso partito, il partito liberale) per cui il clima era molto teso. Quello che io credo è che nessuno nella popolazione, neppure lo stesso Zelaya, si aspettasse che ci fosse un vero e proprio colpo di stato nel senso di un esercito che alle 3-4 di mattina arriva a casa tua, ti prende, comincia a sparare e in pigiama ti carica su un aereo, ti porta nella base militare di Palmerola (base militare nordamericana in territorio hondureno), e da lì con un altro aereo militare ti porta in un altro paese, il Costarica. Questo credo che non se lo aspettasse; credo che Zelaya abbia sottovalutato l’esercito hondureno credendo che il generale Velasquez fosse un suo fedele, che avesse a suo favore una parte dell’esercito, cosa che non si è rivelata tale. Per cui il clima di tensione c’era, anche se, come detto, credo non si pensasse si potesse arrivare a questo punto. Quello che credo si potesse pensare è che magari si permettesse l’esecuzione di questa consulta e che poi dopo in qualche modo i poteri dello Stato la avrebbero discreditata in qualsiasi modo, l’avrebbero invalidata anche perché, ricordiamolo, mancavano sei mesi alle elezioni, per cui Zelaya stava per finire il suo mandato. Per cui, ripeto, mi sembra sia stata usata questa occasione per dare un segnale molto forte agli altri governi centroamericani, soprattutto ai governi dell’ALBA.

4) I golpisti hanno attuato con l’evidente sostegno interno dell’Esercito, ci sono stati casi di resistenza ed insubordinazione contro il loro criminale piano di golpe?

Ci sono state voci. Durante le prime due settimane del colpo di stato arrivavano voci e rumori che tal reparto nel tal dipartimento si erano sollevati; concretamente però, a due mesi dal colpo di stato, diciamo che l’alta gerarchia dell’esercito ha dimostrato di essere molto unita. Per il momento non ha dimostrato nessuna debolezza. Credo che questo sia frutto di grosse garanzie anche di tipo economico da parte di questi grossi poteri economici e politici dello Stato, e soprattutto la garanzia che qualsiasi cosa succeda ci sia pronta già un amnistia o comunque la sicurezza che nessuna delle alte sfere dell’esercito possa pagare, come si dice qua, i “piatti rotti” di questo colpo di stato. Per il momento non vedo debolezze all’interno dell’esercito.

5) In America Latina sono stati numerosi, nell'ultimo periodo, i tentativi di destabilizzazione attuati contro i governi bolivariani di Venezuela, Ecuador e Bolivia.
Sia attraverso i tentativi di smembramento dell’unità nazionale, con le pretestuose richieste di autonomia di regioni governate da rappresentanti dell’opposizione oligarchica, sia attraverso tentativi di magnicidio come quello sventato contro il Presidente Morales, o le campagne di accuse, rivelatesi false, contro Correa e Chavez, uscite dai computer ritrovati magicamente intatti dal bombardamento all’accampamento delle Farc-Ep, dove sono stati assassinati Raul Reyes, 21 guerriglieri e i 4 studenti messicani che si trovavano lì per motivi di studio, il 1 marzo del 2008.
Alla luce di questi fatti, il golpe in Honduras è l’ennesimo episodio per impedire che si rafforzi ulteriormente il processo di rinnovamento democratico e bolivariano che sta attraversando l’America Latina?

Sicuramente sì. Come dicevo prima è chiaramente l’obiettivo principale. Non è un caso che circa tre settimane fa, durante un’intervista, il generale Velasquez abbia detto chiaramente, dando molta enfasi a queste sue dichiarazioni, che questo (chiaramente non l’ha chiamato colpo di stato, ma lo dico io), che questo colpo di stato, parole testuali “è servito per fermare il processo di socialismo travestito da democrazia che arrivava dal Venezuela”.
Per cui questo fa capire bene che è un esercito per nulla indipendente, nel senso che l’esercito in teoria dovrebbe seguire il potere civile e non dovrebbe dare dei giudizi sul tipo di politiche che porta avanti un governo; nel momento in cui il capo dell’esercito dichiara che è servito per bloccare il socialismo travestito da democrazia che stava arrivando dal Venezuela, già da un’idea di quali siano i veri motivi di questo colpo di Stato.
Chiaramente l’altro elemento è proprio la durezza con cui sta operando ed ha operato in questi due mesi il governo di fatto. Nonostante l’isolamento a livello internazionale, nonostante le misure, le ritorsioni economiche e diplomatiche e politiche, ieri Micheletti ha dichiarato, di fronte all’arrivo di una commissione dei ministri degli esteri della OEA (organizzazione degli stati americani) che “si, voi potete farci quello che volete, potete farci l’embargo che volete, ma il paese è pronto per andare avanti da solo, anche totalmente isolati perché noi decidiamo…” ecc.
Insomma, questa posizione da un’idea che questo governo di fatto ha alle spalle la sicurezza di avere degli appoggi interni dal punto di vista economico, ed esterni credo soprattutto da parte di alcuni settori degli Usa, tanto da essere convinto di poter veramente andare avanti da solo nonostante l’isolamento. Quindi, come dicevo all’inizio, il vero obiettivo di questo colpo di Stato è stato proprio quello di bloccare un modello, di bloccare il processo di unità, oltre che latinoamericana, soprattutto centroamericana, in questo contesto, e di fare tabula rasa con tutto quello che aveva fatto il governo precedente. Non è un caso che pochi giorni dopo il colpo di Stato sono stati espulsi i maestri cubani che stavano portando avanti il processo di alfabetizzazione con il metodo “yo si puedo”, che in questi giorni già si sta discutendo l’espulsione dei medici cubani che stanno lavorando come sempre nelle zone impervie dell’Honduras dove nessun altro medico andrebbe a lavorare, che stanno sospendendo tutta una serie di programmi legati all’ALBA, Petrocaribe, tutta una serie di programmi sociali, proprio con l’obiettivo di fare tabula rasa con tutto questo.

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martedì 8 settembre 2009

CONTRO OGNI SGOMBERO, CON FABRIZIO NEL CUORE

Ancora polizia. Ancora repressione. Ancora contro i movimenti, contro chi alza la testa per resistere, contro chi è costretto a lottare per conquistare i suoi diritti.
È successo esattamente trentacinque anni fa, ovvero l’8 settembre 1974, quando in un tentativo di sgombero di case occupate a San Basilio la polizia uccide Fabrizio Ceruso, diciannovenne militante del Comitato proletario di Tivoli, un organismo di Autonomia operaia. Fabrizio venne raggiunto da una pallottola al terzo giorno di quella che fu una vera e propria battaglia tra la polizia e gli abitanti del quartiere ben presto supportati dai militanti dell’antagonismo romano.
Ed è successo una settimana fa, quando 250 famiglie sono state sorprese all’alba da un’operazione massiccia delle forze di polizia, che le ha portate via a forza dal Regina Elena occupato, da quella che per due anni è stata la loro legittima abitazione. Come motivazione un fantomatico riutilizzo dei locali da parte dell’università, come dichiarato dal rettore Frati, anche se gli oltre cento milioni di euro stanziati dalla Regione Lazio per la riqualificazione della struttura sono spariti nel nulla, e la struttura stessa è stata lasciata per anni in stato di degrado ed abbandono.
Fabrizio Ceruso e le 250 famiglie del Regina Elena sono legati da un unico filo rosso, un filo rosso di lotte, resistenza ed occupazioni. Un filo rosso che la speculazione di padroni, banchieri e palazzinari non riuscirà mai a spezzare…

Venerdì 11 settembre manifestazione per il diritto all’abitare
Appuntamento alle ore 17.00 a Piazza dell'Esquilino

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