Demagogo, colui che fa demagogia, ovvero quella “pratica politica mirante a ottenere potere e consenso, facendo mostra di condividere e assecondare i malumori e le rivendicazioni, anche irragionevoli, delle masse popolari, lusingandole con promesse soprattutto economiche e difficilmente realizzabili”. Siamo soliti occuparci di analisi sistemiche, ovvero di cose irrimediabilmente più serie di queste, ma la spudoratezza di certi personaggi della politica italiana ci obbligano, moralmente parlando, ad un tentativo di sabotaggio delle loro infami e squallide campagne politico-elettorali. In questa sede, come detto del tutto eccezionale, parleremo di quella del ministro della funzione pubblica Renato Brunetta.
Nato politicamente nella cloaca socialista degli anni ’80, Brunetta ha scalato le vette del potere per compensare il suo deficit strutturale di statura, fisica e politica. Noto per le sue doti provocatorie, dotato di un pessimo carattere ampiamente manifestato nei suoi exploit televisivi (al pari di Sgarbi, è un ottimo animale da share), ha attirato attorno a sé interesse, curiosità, apprezzamento e odio. Tralasciando gli elementi di interesse antropologico e psicologico del personaggio, è interessante analizzare come in ambito politico questo signore sia stato in grado di suscitare emozioni così contrastanti. Parliamo di emozioni non a caso, perché questo aspetto è così forte nei suoi confronti tanto da potersi ritenere secondo solo a quello che gran parte della società italiana ha sviluppato per Silvio Berlusconi. Brunetta è un uomo del conflitto, delle soluzioni drastiche, tranchant, del chi sbaglia paga, del rigore, del giuramento (vincolante, per i pubblici dipendenti, ultima follia di una lunga serie di retaggi tardo ottocenteschi evidentemente tornati di moda). Conflitto nel combattere le resistenze alle politiche di “normalizzazione”, un conflitto così aperto da poter individuare in questa prassi un certo ascendente autoritario che si infrange però entro i limiti del formalismo liberale del sistema politico europeo prima che italiano. Dove porta quindi una guerra che non può essere realmente combattuta fino in fondo? Alla polarizzazione, alla logica dello schieramento, ad un conflitto acuto che, ci insegna la scienza politica, elettoralmente non paga in democrazie in tempi di pace. Amore e odio, e più odio che amore, vista la professionalità da fomentatore, capacità sua innata, nota ancor prima del potere. In tempi di frammentazione politico-sociale si cerca (crea) il nemico. La vecchia logica degli stati nazionali imponeva il nemico oltreconfine, oggi il nemico è interno, il pericolo ideologico, il terrorismo e… i fannulloni. Demagogia, abile mossa populistica nello scaricare tutti i mali di un sistema (quella della p.a.) su fantomatici lavoratori poco produttivi, svogliati, nullafacenti, e pagati dallo Stato, no anzi, con i soldi dei cittadini. E poco importa se i soldi pubblici finiscono nel circuito della corruzione politica, il nemico è l’ufficiale d’anagrafe, è l’impiegato del catasto, è tutti e nessuno, ma c’è. Si invoca il modello dell’efficienza, della regola dell’arte, della serietà, quando è cosa nota la storia contraddittoria del nostro ministro in materia di carriera universitaria e di produttività…
Ma non è nostra intenzione fare una disamina alla “Espresso” del vissuto dell’ennesimo predicatore dal razzolamento malandato, ci interessa invece dimostrare il meccanismo delle abili mosse del nuovo maestro della demagogia all’italiana. “Parlare papale papale”, indipendentemente dalle fesserie che si dicono, sovente finendo per fare di tutta l’erba un fascio (vedi le sparate dei mesi scorsi contro i finanziamenti alla cultura finite a base di scurrilità e accuse ideologiche contro un intero settore produttivo) è una prima tecnica che alimenta il sostegno del “popolino”, della “massa” (al singolare), della “pancia” del paese, terminologia ignobile sapientemente utilizzata da questi nuovi campioni di populismo democratico. Un secondo strumento è il raggiro tecnico, una vera e propria truffa perpetrata ai danni della gente sulla leva di un “comune sentire” manovrato a piacimento. Esempio eccezionale dell’evasione fiscale risolta da Brunetta (in forza alla corazzata del governo dell’aliquota unica) con la tassazione indiretta: della serie, non possiamo/vogliamo fermare l’evasione, tassiamo i consumi anziché il reddito, così anche i ricchi pagheranno. Chiunque griderebbe all’infamia per questa folle riedizione della gabella sul sale di colbertiana memoria (anche lui allora alle prese con aristocrazia e parlamenti restii a versare il loro contributo nelle casse dello Stato francese) e invocherebbe le drastiche soluzioni del periodo rivoluzionario che caratterizzarono gli anni a venire di quella disastrosa situazione sociale e finanziaria… Ma questo non accade se l’abilità del demagogo giunge a giustificare l’extrema ratio facendo leva sugli odiati suv e yacht che intasano strade e porti di questo paese, a quel punto i cittadini per bene piuttosto che lasciarla vinta ai possessori degli odiati status symbol saranno pronti a rimetterci. Il luogo comune, elemento portante di una campagna populista che arriva a fomentare il conflitto generazionale, con i bamboccioni fuori casa a 18 anni per legge (legge invocata da un bamboccione che ha pernottato a casa di mammà fino alla veneranda età di 30 anni, pentito naturalmente). Di nuovo stereotipo, stridente con la morale della tradizione, ancora resistente, e utile da giocare. Ma dove si va a 18 anni se non c’è lavoro, e se c’è, nella rarità si fanno i conti con la precarietà? Si recupera subito: i padri sono troppo tutelati, i figli sono troppo disgraziati, che paghino i padri, con 500 euro al mese garantiti nel periodo di vacanza in attesa dell’impiego finanziati con i fondi pensionistici e, per portare a termine un antico sogno, con l’abolizione l’art.18. Un colpo al cerchio, un colpo alla botte e si risolve il problema senza sborsare una lira, facendo semplicemente scannare i padri con i figli, ennesima versione aggiornata della più classica guerra tra poveri.
Ma Brunetta fa male i conti, primo perché i giovani italiani non si accontentano certo dell’elemosina di 5 miseri pezzi da cento che consentirebbero (specie nel tessuto metropolitano) una sopravvivenza al costo di veri e propri stenti, secondo perché la tendenza che si sviluppa attorno alla critica della produzione, all’espressione politica dei bisogni, ai processi di riappropriazione della ricchezza e del reddito è storicamente inarrestabile, e quindi se Brunetta vuole stare al passo con i tempi dovrebbe come minimo alzare la posta in gioco… Crediamo sia oggettivamente troppo tardi perché si possa cadere nella trappola del minimo guadagno a scapito di chi detiene dei diritti acquisiti (ormai storicamente residuali), la logica del minimo per tutti e del giusto per nessuno sa tanto di sovietico, e non crediamo che questo possa davvero interessare a qualcuno. Ma del resto è tutto un gioco di intenzioni, anzi, una palese presa in giro elettorale di un abile demagogo e di un pessimo politico, che gioca sulle divisioni anziché sull’accordo, e che propone follie che mai si trasformeranno in qualcosa di concreto ben sapendo che le prime resistenze, muri insormontabili, si trovano nella sua stessa compagine governativa… Auguriamo a Brunetta di perdere le elezioni veneziane, e ci auguriamo che un giorno si possa gioire di un mondo senza gente come lui.
MM
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Nato politicamente nella cloaca socialista degli anni ’80, Brunetta ha scalato le vette del potere per compensare il suo deficit strutturale di statura, fisica e politica. Noto per le sue doti provocatorie, dotato di un pessimo carattere ampiamente manifestato nei suoi exploit televisivi (al pari di Sgarbi, è un ottimo animale da share), ha attirato attorno a sé interesse, curiosità, apprezzamento e odio. Tralasciando gli elementi di interesse antropologico e psicologico del personaggio, è interessante analizzare come in ambito politico questo signore sia stato in grado di suscitare emozioni così contrastanti. Parliamo di emozioni non a caso, perché questo aspetto è così forte nei suoi confronti tanto da potersi ritenere secondo solo a quello che gran parte della società italiana ha sviluppato per Silvio Berlusconi. Brunetta è un uomo del conflitto, delle soluzioni drastiche, tranchant, del chi sbaglia paga, del rigore, del giuramento (vincolante, per i pubblici dipendenti, ultima follia di una lunga serie di retaggi tardo ottocenteschi evidentemente tornati di moda). Conflitto nel combattere le resistenze alle politiche di “normalizzazione”, un conflitto così aperto da poter individuare in questa prassi un certo ascendente autoritario che si infrange però entro i limiti del formalismo liberale del sistema politico europeo prima che italiano. Dove porta quindi una guerra che non può essere realmente combattuta fino in fondo? Alla polarizzazione, alla logica dello schieramento, ad un conflitto acuto che, ci insegna la scienza politica, elettoralmente non paga in democrazie in tempi di pace. Amore e odio, e più odio che amore, vista la professionalità da fomentatore, capacità sua innata, nota ancor prima del potere. In tempi di frammentazione politico-sociale si cerca (crea) il nemico. La vecchia logica degli stati nazionali imponeva il nemico oltreconfine, oggi il nemico è interno, il pericolo ideologico, il terrorismo e… i fannulloni. Demagogia, abile mossa populistica nello scaricare tutti i mali di un sistema (quella della p.a.) su fantomatici lavoratori poco produttivi, svogliati, nullafacenti, e pagati dallo Stato, no anzi, con i soldi dei cittadini. E poco importa se i soldi pubblici finiscono nel circuito della corruzione politica, il nemico è l’ufficiale d’anagrafe, è l’impiegato del catasto, è tutti e nessuno, ma c’è. Si invoca il modello dell’efficienza, della regola dell’arte, della serietà, quando è cosa nota la storia contraddittoria del nostro ministro in materia di carriera universitaria e di produttività…
Ma non è nostra intenzione fare una disamina alla “Espresso” del vissuto dell’ennesimo predicatore dal razzolamento malandato, ci interessa invece dimostrare il meccanismo delle abili mosse del nuovo maestro della demagogia all’italiana. “Parlare papale papale”, indipendentemente dalle fesserie che si dicono, sovente finendo per fare di tutta l’erba un fascio (vedi le sparate dei mesi scorsi contro i finanziamenti alla cultura finite a base di scurrilità e accuse ideologiche contro un intero settore produttivo) è una prima tecnica che alimenta il sostegno del “popolino”, della “massa” (al singolare), della “pancia” del paese, terminologia ignobile sapientemente utilizzata da questi nuovi campioni di populismo democratico. Un secondo strumento è il raggiro tecnico, una vera e propria truffa perpetrata ai danni della gente sulla leva di un “comune sentire” manovrato a piacimento. Esempio eccezionale dell’evasione fiscale risolta da Brunetta (in forza alla corazzata del governo dell’aliquota unica) con la tassazione indiretta: della serie, non possiamo/vogliamo fermare l’evasione, tassiamo i consumi anziché il reddito, così anche i ricchi pagheranno. Chiunque griderebbe all’infamia per questa folle riedizione della gabella sul sale di colbertiana memoria (anche lui allora alle prese con aristocrazia e parlamenti restii a versare il loro contributo nelle casse dello Stato francese) e invocherebbe le drastiche soluzioni del periodo rivoluzionario che caratterizzarono gli anni a venire di quella disastrosa situazione sociale e finanziaria… Ma questo non accade se l’abilità del demagogo giunge a giustificare l’extrema ratio facendo leva sugli odiati suv e yacht che intasano strade e porti di questo paese, a quel punto i cittadini per bene piuttosto che lasciarla vinta ai possessori degli odiati status symbol saranno pronti a rimetterci. Il luogo comune, elemento portante di una campagna populista che arriva a fomentare il conflitto generazionale, con i bamboccioni fuori casa a 18 anni per legge (legge invocata da un bamboccione che ha pernottato a casa di mammà fino alla veneranda età di 30 anni, pentito naturalmente). Di nuovo stereotipo, stridente con la morale della tradizione, ancora resistente, e utile da giocare. Ma dove si va a 18 anni se non c’è lavoro, e se c’è, nella rarità si fanno i conti con la precarietà? Si recupera subito: i padri sono troppo tutelati, i figli sono troppo disgraziati, che paghino i padri, con 500 euro al mese garantiti nel periodo di vacanza in attesa dell’impiego finanziati con i fondi pensionistici e, per portare a termine un antico sogno, con l’abolizione l’art.18. Un colpo al cerchio, un colpo alla botte e si risolve il problema senza sborsare una lira, facendo semplicemente scannare i padri con i figli, ennesima versione aggiornata della più classica guerra tra poveri.
Ma Brunetta fa male i conti, primo perché i giovani italiani non si accontentano certo dell’elemosina di 5 miseri pezzi da cento che consentirebbero (specie nel tessuto metropolitano) una sopravvivenza al costo di veri e propri stenti, secondo perché la tendenza che si sviluppa attorno alla critica della produzione, all’espressione politica dei bisogni, ai processi di riappropriazione della ricchezza e del reddito è storicamente inarrestabile, e quindi se Brunetta vuole stare al passo con i tempi dovrebbe come minimo alzare la posta in gioco… Crediamo sia oggettivamente troppo tardi perché si possa cadere nella trappola del minimo guadagno a scapito di chi detiene dei diritti acquisiti (ormai storicamente residuali), la logica del minimo per tutti e del giusto per nessuno sa tanto di sovietico, e non crediamo che questo possa davvero interessare a qualcuno. Ma del resto è tutto un gioco di intenzioni, anzi, una palese presa in giro elettorale di un abile demagogo e di un pessimo politico, che gioca sulle divisioni anziché sull’accordo, e che propone follie che mai si trasformeranno in qualcosa di concreto ben sapendo che le prime resistenze, muri insormontabili, si trovano nella sua stessa compagine governativa… Auguriamo a Brunetta di perdere le elezioni veneziane, e ci auguriamo che un giorno si possa gioire di un mondo senza gente come lui.
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