Molti analisti in queste settimane hanno discusso di questa nostra mobilitazione, lo abbiamo visto in televisione e sulle pagine dei giornali. Non vogliamo entrare nel merito della discussione che vuole questo movimento del 2008 come un nuovo sessantotto o un nuovo quarantotto, sappiamo soltanto che questa mobilitazione, anche analizzandola sotto un profilo meramente quantitativo (anche se è sotto gli occhi di tutti che parliamo anche di un salto di qualità, lo percepiamo noi stessi) supera di gran lunga la mobilitazione del 2005 contro la riforma Moratti, e se già quella superava il movimento della Pantera del 1990, questo significa che non si vedeva una mobilitazione studentesca di questa portata dal 1977. L’”Onda” si configura come la più grande mobilitazione di questo paese degli ultimi 30 anni. Questo significa che abbiamo non solo una grande forza a disposizione, ma anche una grandissima opportunità, che sarebbe quantomeno sciocco non cogliere… Noi tutti stiamo realizzando in questi giorni quanto la situazione che stiamo vivendo sia una situazione critica, e credo che proprio questa presa di coscienza sia il principale fattore scatenante di questa grande mobilitazione collettiva. La nostra impressione, che crediamo di condividere con voi, è che quello che stiamo facendo oggi, non è solo reagire ad una pessima riforma che interessa il mondo della scuola e dell’università, non è, o per lo meno non lo è più, solamente una contestazione di un certo tipo di politiche pubbliche… Crediamo che noi tutti, studenti, ricercatori, precari, disoccupati, stiamo agendo sotto l’impulso di un rifiuto più grande e generalizzato, che coinvolge tutto un intero assetto sociale entrato definitivamente in crisi. Crisi, che è crisi non più solo culturale e politica, ma immediatamente e realmente sociale ed economica… Proprio in questi giorni stiamo assistendo al tracollo del sistema finanziario internazionale, che secondo stime generalizzate pone già in atto la più grave crisi economica del mondo occidentale dal 1929. Tutto questo avrà sicuramente delle ripercussioni, come già il riassetto e la ristrutturazione produttiva degli ultimi decenni ha fatto, e che adesso spiega il suo vero volto con tutta la sua tragica portata. La nostra generazione sta assistendo al crollo definitivo di un sistema, di un assetto sociale e politico tipico della società di massa del ‘900, un assetto eroso negli ultimi 30 anni dallo sviluppo delle forze produttive, un assetto che oggi si presenta per quello che è: un insieme di valori e ideologie istituzionali vecchie, stantie, non sincronizzate con quello che oggi vediamo come un cambiamento epocale. Sul piano sovrastrutturale viviamo noi, come generazione, la morte definitiva di un modello di sviluppo sociale basato sull’accessibilità al reddito, sull’opportunità di inserimento più o meno garantito (al costo naturalmente di una percentuale di fisiologica e funzionale disoccupazione) nel sistema produttivo, con una prospettiva di stabilità salariata. Oggi, al di là della competenza specifica e della formazione, non solo non abbiamo più questa “speranza” (per quanto possa rappresentarsi tale una vita di sfruttamento sotto il giogo del salario), ma paghiamo per primi lo scotto delle contraddizioni sistemiche, esplose esplicitamente, che hanno portato al declino di quel modello che legava produzione/crescita a occupazione/reddito. Non esistono più prospettive di vita inquadrate nell’integrazione a questo sistema, è bene chiarirlo. Pionieristicamente 30 anni fa veniva scandito nel mondo punk, musicale e non, la formula del “No future!”… oggi viviamo l’immanenza di questa condizione ormai concretizzatasi in realtà di massa. Sono i giovani proletari a pagare direttamente i costi della crisi, in quanto ultimi ad essersi presentati in un mercato del lavoro quale diretta emanazione dell’instabile produttività di un sistema economico in stallo. Precarietà endemica, condizioni di lavoro e mansioni gravose, orari sregolati e dilatati, diritti e salari ridimensionati rispetto ai lavoratori con contratto stabile… si profila un conflitto generazionale forse per la prima volta direttamente legato a rapporti economici e non esclusivamente culturali. Da un lato chi mantiene, legittimamente sia chiaro, le condizioni stabilite e i diritti acquisiti in epoche ancora immuni dai condizionamenti della crisi, dall’altro chi vive una realtà di sfruttamento amplificato, sostenuto da rapporti economici retti da una logica di ricatto che fa leva sul bisogno di reddito e sulla mancanza di alternativa. Il tutto codificato da leggi dello Stato (pacchetto Treu, Legge 30), in quanto tutore giuridico degli interessi dell’industria, dell’impresa, dei padroni, del capitale. E’ una realtà di classe che aveva manifestato i suoi tratti caratteristici nei 3 decenni passati ma che spiega la sua consistenza materiale soltanto adesso. 30 anni fa si assisteva alla fine dell’operaio-massa, figlio diretto del fordismo, della modernità capitalistica, oggi assistiamo alla nascita reale dell’operaio-sociale, figlio della frammentazione territoriale della produzione, di un mondo postmoderno che ha imbrigliato nello sfruttamento dell’industria diffusa anche il lavoro intellettuale, cognitivo, immateriale ma direttamente produttivo. Operaio-sociale, figlio dell’università di massa, apparato istituzionale direttamente funzionale all’impresa, garante (ancora) legale di un titolo di studio che si configura come niente altro che un attestato di idoneità allo sfruttamento.Prendere coscienza di questo significa operare una critica propriamente politica, nella misura in cui si vanno a ricercare le responsabilità nel quadro dell’esercizio del potere. Partendo da questo, il rischio di vedere imputato l’intero sistema politico è alto quanto legittimo, e in qualche modo è lo stesso nostro movimento, con le sue istanze di irrapresentabilità e indipendenza, ad essere figlio di un rifiuto dell’integrazione istituzionale a tutti i livelli. Ma quello che crediamo è che se la nostra mobilitazione è un segno di cesura generazionale che consacra definitivamente la morte della politica, è vero anche che la politica è morta come atto istituzionale ma non come fatto umano. La stessa nostra reazione organizzativa segna l’espressione di una volontà democratica diretta, in grado di fornire le basi per un piano di contropotere che si sta manifestando nelle scuole, nelle università e negli spazi che il movimento si sta (ri)prendendo fuori dai confini delle strutture fisiche dei luoghi di istruzione, a cominciare dalle strade, dagli spazi di mobilità e comunicazione. Questa operatività segna la fine della rappresentanza, non della politica, perché tutto quello che noi riusciamo a creare come momenti di aggregazione assembleari, collettivi, nel quadro di una rapporto di conflittualità che si è instaurato tra noi e il potere politico (governo sua espressione esecutiva e istituzioni stesse come canale di comunicazione), è propriamente e direttamente politico. Realizzata la fattualità di questa dialettica di opposizione la risposta che a noi sembra ovvia per rendere operativo un processo di mutamento dei rapporti di forza tra le nostre istanze e le resistenze istituzionali è quello di aumentare la capacità offensiva del movimento sul piano sociale, il che significa dare all’opposizione una connotazione di classe che sia in grado di amplificare i contenuti critici su larga scala dal momento che essi sono condivisi in ambito proletario. Il coinvolgimento dei lavoratori e del movimento operaio in toto, nell’ottica dello sciopero generale e generalizzato, è un passo fondamentale per la creazione di una piattaforma di opposizione di massa, ma non basterà se da questo il movimento studentesco non sarà in grado di gestire la sua autonomia dalle organizzazioni sindacali-confederali che rientrano a pieno titolo nella gestione del potere, avendo rinunciato all’opposizione sociale in favore dell’infame logica antioperaia della concertazione, utile solo ad espandere le zone di influenza delle varie organizzazioni a tutti i livelli. È ora, e si ha finalmente l’opportunità di farlo, di mandare definitivamente affanculo (e non ci scusiamo per il francesismo perché bisogna parlar chiaro) tutti i partiti, tutti i sindacati, tutti coloro che hanno esercitato una qualsiasi forma di potere politico legale e lo esercitano tutt’oggi. Questo è l’appello che facciamo a tutti quei settori sociali mobilitati che hanno fino ad oggi subordinato la loro partecipazione o la semplice adesione ideologica sulla logica della delega. L’unica opportunità che abbiamo per rendere concreta la possibilità di trasformazione è una soltanto: l’autorganizzazione.
MM
15/11/2008
https://roma.indymedia.org/node/6073
MM
15/11/2008
https://roma.indymedia.org/node/6073





