lunedì 24 novembre 2008

Studenti e movimento - "Réflexions parisiennes" sulla normalità di un’anomalia

Sono in quel di Parigi per motivi strettamente personali, quindi non aspettatevi corrispondenze, non sono venuto qui per motivi di movimento. Posso però permettermi di scrivere due righe di analisi, stimolate dai luoghi e tempi francesi, e da qualche buona lettura. Intanto una panoramica della situazione qui: la crisi si fa sentire ma non sembra allarmare né l’opinione pubblica né i mass-media come invece accade in terra nostrana (sembra che le banche francesi non abbiano problemi di liquidità, al contrario di quelle italiane), vige ancora quell’aplomb tipicamente gallico fatto di intimismo e riservatezza, un atteggiamento in sintonia con il clima grigio e pessimo a base di pioggia costante e inesistente escursione termica di 5 gradi tra lo 0 e appunto i 5 (condizione necessaria e sufficiente per far reagire malamente il mio fisico mediterraneo con un bel cocktail di raffreddore e mal di gola, ormai vado avanti ad aspirine). Quello che passa per gli schermi televisivi però rispecchia anche qui qualche malumore vertenziale: oltre alle agitazioni contro la privatizzazione delle poste, proprio in questi giorni si sta giocando un braccio di ferro sulla scuola tra sindacato e governo. Non entrerò nei dettagli, è una questione (occupazionale) abbastanza lontana dalle dinamiche sociali che interessano il mondo dell’istruzione italiano, non esiste una vera saldatura tra interessi dei lavoratori del settore e gli studenti, chi scende in piazza sono prevalentemente i professori. Intanto è da notare subito una cosa: qui il confronto sociale è irrimediabilmente una cosa seria, il sindacato deve confrontarsi con Xavier Darcos, uomo di Stato e ministro cordiale che, al di là delle posizioni politiche, esprime quella solennità della politica istituzionale che il nostro paese ha perso del tutto con Berlusconi e la politica da barzelletta che viviamo quotidianamente e che ha una delle sue massime espressioni nel Ministero della ex-Pubblica Istruzione-Università-Ricerca affidato ad una ragazzina parvenu, raccomandata dai soliti noti protettori, senza un briciolo di esperienza in qualsiasi campo dell’amministrazione, che svolge con ridicola diligenza il suo ruolo di fantoccio nelle mani di più influenti dicasteri (ormai non si sente nemmeno più il bisogno di nascondere la servitù con vestigia formali…). Tornando invece alla “situation italienne” mi sono reso conto, rileggendo un testo a mio avviso fondamentale che è “Politics of Subversion” di Toni Negri (riedito da Manifestolibri col titolo “Fine Secolo”, se ce l’hanno ancora compratelo, così date una mano anche al Manifesto che la crisi la paga sul serio), di come risulta utile e produttivo un confronto diretto tra mobilitazioni studentesche/giovanili di Italia e Francia. PoS è un testo elaborato a metà degli anni ’80, figlio immediato del ciclo di lotte italiano dei ’70 ma corroborato dall’analisi della situazione sociale francese che in quegli anni mostrò con chiarezza la capacità di conflitto che la nuova soggettività operaia (sociale) possedeva. Fin dalle prime pagine è lampante il parallelismo con quello che stiamo vivendo noi oggi nelle nostre strade invase dalla marea studentesca: “Quindici giorni di lotta contro un progetto di riforma universitaria e liceale. Le lotte si svolgono nei licei e nelle università. Dopo quindici giorni il progetto è ritirato, alcune gigantesche manifestazioni studentesche, e violentissimi scontri con la polizia dopo che uno studente è stato ucciso, impongono questo ritiro nell’imminenza di una vera e propria mobilitazione sociale contro il governo”. Ora, come sottolinea Negri questo è solo il dato macroscopico e fenomenico di quella mobilitazione studentesca che infiammò il 1986 francese (illustrato nel “prologo parigino” dove questa viene definita con lungimiranza una “rivolta per il futuro”), naturalmente l’analisi non si ferma a questo e poi ci torneremo, ma è chiaro che in situazioni identiche si sta muovendo il movimento studentesco italiano dell’Onda (nome che richiama tanto involontariamente quanto fortunatamente le “ondate” bifiane (Franco Berardi), categorizzazione che iscrive questo ciclo iniziato nel 2005 con l’anti-Moratti come la quarta in ordine di cronologia politica dei movimenti dal ’68 in poi). Ecco quindi il richiamo che con cognizione di causa trova un parallelismo reale tra il movimento italiano attuale e mobilitazioni passate, nessun ’68 di facile rima giornalistica con l’8 finale, ma ’86 francese (un’inversione numerica senza nessun maggio di mezzo). Motiviamo: entrando nel merito vediamo infatti come le caratteristiche di quel movimento siano peculiari e tipiche anche del nostro. Sempre Negri: “Un soggetto intellettuale, cionondimeno proletario, policromo, una trama collettiva di bisogni di eguaglianza, un soggetto che rifiuta il politico e pone immediatamente una determinazione etica per l’esistere e il lottare.” Tralasciamo quelle che dovrebbero essere delle caratteristiche di primario interesse, ovvero quelle che individuano la composizione di classe di questo soggetto nei termini della sua produttività per soffermarci invece sulle caratteristiche legate al politico e al suo rifiuto, che ricoprono nell’immanenza del momento politico italiano un fattore assolutamente centrale del contesto sociale. Che significa rifiuto del politico nell’ambito della mobilitazione è presto detto: “Esso si fa politico rifiutando il politico, la macchina intera, i singoli ingranaggi dello Stato dei partiti, riappropriandosi dello strumento politico”, insomma, l’antipolitica che si fa autonomia, concetto già apparso su queste pagine qualche giorno fa. I termini di paragone ci sono tutti: soggetto studentesco, rifiuto della politica istituzionale, conflitto sociale canalizzato su specifico provvedimento ministeriale… Perché allora questo movimento sembra così “nuovo” agli osservatori italiani? E perché questa coscienza risulta innovatrice anche per gli stessi soggetti mobilitati che non esitano a definire la loro azione collettiva come “anomala”? Una spiegazione plausibile si può cercare nel processo che ha portato sulla scena politica di un nuovo soggetto sociale, in questo momento pienamente protagonista dei conflitti che si sono manifestati in questo ultimo mese. Infatti, mentre nel resto d’Europa, e in particolare in Francia, questo soggetto, anche nella sua sola forma di determinazione materiale prima che politicamente definita, ha proclamato la sua esistenza sensibile con manifestazioni di insorgenza, in Italia questo non è avvenuto, o meglio, le condizioni tipiche e necessarie alla sua determinazione sono state avvertite immediatamente, ma la risposta politica che ne è conseguita ha subito per prima nel panorama occidentale la reazione repressiva dello Stato (appoggiato dalla sostanziale e attiva partecipazione del movimento operaio ufficiale rappresentato dal partito comunista e annesso sindacato) venuto a misurarsi con queste nuove istanze di conflittualità drammaticamente più incisive e violente di quelle tradizionali del movimento operaio. Questo significa che l’operaio sociale in Italia ha mostrato le sue caratteristiche d’avanguardia (in particolare nella destabilizzazione del ’77, anno in cui appunto si dice che “il futuro incominciò”) ed è uscito dal campo della politica nazionale a causa di un processo di esclusione forzata operata a livello giudiziario e politico: è in Italia che l’operaio sociale per la prima volta ha sperimentato la galera sistematica della controrivoluzione. Questa operazione repressiva ha prolungato i suoi effetti, tanto da condizionare anche le successive “ondate” insorgenti (esempio tipico della Pantera ’90 con gli artigli spuntati dall’egemonia figciotta). Oggi la crisi dello Stato dei partiti e degli antichi assetti istituzionali ha permesso finalmente anche in Italia la liberazione del nuovo soggetto operaio, che fuori da condizionamenti politici della sinistra tradizionale ha potuto manifestare la sua identità sottoforma di determinazione materiale di bisogni e interessi collettivi. Naturalmente a questo punto, individuato l’attore, essendo il nostro un punto di vista analitico di una condizione esistente (quella immanente italiana) dobbiamo affrontare ora il nodo delle potenzialità. Appare evidente infatti che l’esempio parigino esprime non solo i caratteri dell’insorgenza ma anche una capacità operativa di incidere materialmente a livello politico, riuscendo ad ottenere risultati sul piano della contrattazione conflittuale tra movimento e istituzioni. Salta all’occhio la velocità e l’intensità di lotta tipici di quel movimento, 15 giorni per il ritiro effettivo del provvedimento, nel nostro caso più di un mese di lotte non sono valse allo stesso risultato. Vale la pena soffermarci sul carattere dell’intensità di lotta, l’espressione del conflitto sociale capace di utilizzare la dialettica dello scontro, la violenza, al di là delle valutazioni sulla giusta dose e sulle forme di gestione/organizzazione. La storia delle lotte di classe ci insegna che la lotta paga, e chi lo nega è un illuso, un idealista e un nemico. Nel caso specifico troviamo nell’86 un fattore catalizzatore della dialettica antagonista, la morte di un ragazzo coinvolto nelle lotte, e chi conosce a fondo il movimento italiano contemporaneo sa benissimo che la stessa reattività sarebbe riscontrabile anche nei giovani mobilitati in questi giorni (i calcoli di cinismo relativi alla convenienza di un simile evento allo scopo di aumentare il potenziale di conflitto non mi sembra il caso di affrontarli, naturalmente nessuno si augura la morte di un compagno…) Rimane però il fatto che nel’arco di 20 anni la Francia è riuscita a produrre istanze di conflitto ad alta intensità, con cadenza almeno decennale: la prima nell’86, la seconda nel ciclo ‘95/’96, la terza, più vicina e modello immediato, nel 2006 con la querelle del CPE. In particolare la prima e la terza hanno visto protagonisti diretti ed egemoni i componenti sempre più numerosi a livello di composizione sociale del nuovo soggetto, in particolare caratterizzate da un’estrema violenza politicamente produttiva. Ora che l’operaio sociale ha scoperto la sua identità anche in Italia, è lecito attendersi dei risultati politici paragonabili a quelli presi in esame? È una realtà che il movimento italiano abbia ritrovato la sua identità soggettiva nelle masse giovanili in lotta contro il CPE, più volte si è scandito l’appello a “fare come in Francia” nelle assemblee universitarie di tutta Italia. È un fatto che il movimento dell’Onda non si sia fermato (come successe nel 2005) quando si è trovato di fronte al fatto compiuto della conversione dei decreti legge oggetto della contestazione. Esiste la volontà, ma senza un’adeguata forza materiale capace di scardinare i rapporti di forza dell’autorità politica dello Stato rischia di configurarsi come un anelito etico privo di efficacia politica. Per scardinare i rapporti d’autorità serve l’azione, né più né meno. Che tipo di azione? La Francia insegna, e non dico altro… Vi lascio all’elaborazione. Dagli Champs de Mars (luogo a me congeniale almeno per il nome), a due passi dalla torre, vi saluto. A pugno chiuso.

Marte (MM)

http://roma.indymedia.org/node/6248

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sabato 15 novembre 2008

Studenti e movimento - Coscienza di classe e prospettiva antagonista di una mobilitazione generazionale

Molti analisti in queste settimane hanno discusso di questa nostra mobilitazione, lo abbiamo visto in televisione e sulle pagine dei giornali. Non vogliamo entrare nel merito della discussione che vuole questo movimento del 2008 come un nuovo sessantotto o un nuovo quarantotto, sappiamo soltanto che questa mobilitazione, anche analizzandola sotto un profilo meramente quantitativo (anche se è sotto gli occhi di tutti che parliamo anche di un salto di qualità, lo percepiamo noi stessi) supera di gran lunga la mobilitazione del 2005 contro la riforma Moratti, e se già quella superava il movimento della Pantera del 1990, questo significa che non si vedeva una mobilitazione studentesca di questa portata dal 1977. L’”Onda” si configura come la più grande mobilitazione di questo paese degli ultimi 30 anni. Questo significa che abbiamo non solo una grande forza a disposizione, ma anche una grandissima opportunità, che sarebbe quantomeno sciocco non cogliere… Noi tutti stiamo realizzando in questi giorni quanto la situazione che stiamo vivendo sia una situazione critica, e credo che proprio questa presa di coscienza sia il principale fattore scatenante di questa grande mobilitazione collettiva. La nostra impressione, che crediamo di condividere con voi, è che quello che stiamo facendo oggi, non è solo reagire ad una pessima riforma che interessa il mondo della scuola e dell’università, non è, o per lo meno non lo è più, solamente una contestazione di un certo tipo di politiche pubbliche… Crediamo che noi tutti, studenti, ricercatori, precari, disoccupati, stiamo agendo sotto l’impulso di un rifiuto più grande e generalizzato, che coinvolge tutto un intero assetto sociale entrato definitivamente in crisi. Crisi, che è crisi non più solo culturale e politica, ma immediatamente e realmente sociale ed economica… Proprio in questi giorni stiamo assistendo al tracollo del sistema finanziario internazionale, che secondo stime generalizzate pone già in atto la più grave crisi economica del mondo occidentale dal 1929. Tutto questo avrà sicuramente delle ripercussioni, come già il riassetto e la ristrutturazione produttiva degli ultimi decenni ha fatto, e che adesso spiega il suo vero volto con tutta la sua tragica portata. La nostra generazione sta assistendo al crollo definitivo di un sistema, di un assetto sociale e politico tipico della società di massa del ‘900, un assetto eroso negli ultimi 30 anni dallo sviluppo delle forze produttive, un assetto che oggi si presenta per quello che è: un insieme di valori e ideologie istituzionali vecchie, stantie, non sincronizzate con quello che oggi vediamo come un cambiamento epocale. Sul piano sovrastrutturale viviamo noi, come generazione, la morte definitiva di un modello di sviluppo sociale basato sull’accessibilità al reddito, sull’opportunità di inserimento più o meno garantito (al costo naturalmente di una percentuale di fisiologica e funzionale disoccupazione) nel sistema produttivo, con una prospettiva di stabilità salariata. Oggi, al di là della competenza specifica e della formazione, non solo non abbiamo più questa “speranza” (per quanto possa rappresentarsi tale una vita di sfruttamento sotto il giogo del salario), ma paghiamo per primi lo scotto delle contraddizioni sistemiche, esplose esplicitamente, che hanno portato al declino di quel modello che legava produzione/crescita a occupazione/reddito. Non esistono più prospettive di vita inquadrate nell’integrazione a questo sistema, è bene chiarirlo. Pionieristicamente 30 anni fa veniva scandito nel mondo punk, musicale e non, la formula del “No future!”… oggi viviamo l’immanenza di questa condizione ormai concretizzatasi in realtà di massa. Sono i giovani proletari a pagare direttamente i costi della crisi, in quanto ultimi ad essersi presentati in un mercato del lavoro quale diretta emanazione dell’instabile produttività di un sistema economico in stallo. Precarietà endemica, condizioni di lavoro e mansioni gravose, orari sregolati e dilatati, diritti e salari ridimensionati rispetto ai lavoratori con contratto stabile… si profila un conflitto generazionale forse per la prima volta direttamente legato a rapporti economici e non esclusivamente culturali. Da un lato chi mantiene, legittimamente sia chiaro, le condizioni stabilite e i diritti acquisiti in epoche ancora immuni dai condizionamenti della crisi, dall’altro chi vive una realtà di sfruttamento amplificato, sostenuto da rapporti economici retti da una logica di ricatto che fa leva sul bisogno di reddito e sulla mancanza di alternativa. Il tutto codificato da leggi dello Stato (pacchetto Treu, Legge 30), in quanto tutore giuridico degli interessi dell’industria, dell’impresa, dei padroni, del capitale. E’ una realtà di classe che aveva manifestato i suoi tratti caratteristici nei 3 decenni passati ma che spiega la sua consistenza materiale soltanto adesso. 30 anni fa si assisteva alla fine dell’operaio-massa, figlio diretto del fordismo, della modernità capitalistica, oggi assistiamo alla nascita reale dell’operaio-sociale, figlio della frammentazione territoriale della produzione, di un mondo postmoderno che ha imbrigliato nello sfruttamento dell’industria diffusa anche il lavoro intellettuale, cognitivo, immateriale ma direttamente produttivo. Operaio-sociale, figlio dell’università di massa, apparato istituzionale direttamente funzionale all’impresa, garante (ancora) legale di un titolo di studio che si configura come niente altro che un attestato di idoneità allo sfruttamento.Prendere coscienza di questo significa operare una critica propriamente politica, nella misura in cui si vanno a ricercare le responsabilità nel quadro dell’esercizio del potere. Partendo da questo, il rischio di vedere imputato l’intero sistema politico è alto quanto legittimo, e in qualche modo è lo stesso nostro movimento, con le sue istanze di irrapresentabilità e indipendenza, ad essere figlio di un rifiuto dell’integrazione istituzionale a tutti i livelli. Ma quello che crediamo è che se la nostra mobilitazione è un segno di cesura generazionale che consacra definitivamente la morte della politica, è vero anche che la politica è morta come atto istituzionale ma non come fatto umano. La stessa nostra reazione organizzativa segna l’espressione di una volontà democratica diretta, in grado di fornire le basi per un piano di contropotere che si sta manifestando nelle scuole, nelle università e negli spazi che il movimento si sta (ri)prendendo fuori dai confini delle strutture fisiche dei luoghi di istruzione, a cominciare dalle strade, dagli spazi di mobilità e comunicazione. Questa operatività segna la fine della rappresentanza, non della politica, perché tutto quello che noi riusciamo a creare come momenti di aggregazione assembleari, collettivi, nel quadro di una rapporto di conflittualità che si è instaurato tra noi e il potere politico (governo sua espressione esecutiva e istituzioni stesse come canale di comunicazione), è propriamente e direttamente politico. Realizzata la fattualità di questa dialettica di opposizione la risposta che a noi sembra ovvia per rendere operativo un processo di mutamento dei rapporti di forza tra le nostre istanze e le resistenze istituzionali è quello di aumentare la capacità offensiva del movimento sul piano sociale, il che significa dare all’opposizione una connotazione di classe che sia in grado di amplificare i contenuti critici su larga scala dal momento che essi sono condivisi in ambito proletario. Il coinvolgimento dei lavoratori e del movimento operaio in toto, nell’ottica dello sciopero generale e generalizzato, è un passo fondamentale per la creazione di una piattaforma di opposizione di massa, ma non basterà se da questo il movimento studentesco non sarà in grado di gestire la sua autonomia dalle organizzazioni sindacali-confederali che rientrano a pieno titolo nella gestione del potere, avendo rinunciato all’opposizione sociale in favore dell’infame logica antioperaia della concertazione, utile solo ad espandere le zone di influenza delle varie organizzazioni a tutti i livelli. È ora, e si ha finalmente l’opportunità di farlo, di mandare definitivamente affanculo (e non ci scusiamo per il francesismo perché bisogna parlar chiaro) tutti i partiti, tutti i sindacati, tutti coloro che hanno esercitato una qualsiasi forma di potere politico legale e lo esercitano tutt’oggi. Questo è l’appello che facciamo a tutti quei settori sociali mobilitati che hanno fino ad oggi subordinato la loro partecipazione o la semplice adesione ideologica sulla logica della delega. L’unica opportunità che abbiamo per rendere concreta la possibilità di trasformazione è una soltanto: l’autorganizzazione.

MM

15/11/2008

https://roma.indymedia.org/node/6073

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