Un breve commento, polemico come da titolo, sulla squallida liturgia “primomaggesca” che ogni anno puntualmente si ripete e che oltraggia le origini di una festa che affonda le radici nella lotta di classe(1). Innanzitutto un dato: in varie capitali europee e non, la giornata del 1° maggio è stata l’occasione per confrontarsi con le forze del controllo sociale e della repressione(2), e quindi, mentre a Berlino, Amburgo, Atene, Salonicco e Istanbul le strade erano teatro di scontri, in Italia si festeggiava la crisi…La crisi e il valore progressivo del lavoro, del sacrificio, che i sindacati da tempo sono dediti a professare, per soffocare risentimenti, odio e focolai di conflitto. Gli sciacalli confederali celebrano la loro festa istituzionale, un’autocelebrazione, in bella mostra di fronte ai terremotati, con la loro sporca faccia falsa, con il loro vecchio linguaggio retorico di parole vuote, che parlano di “diritto al lavoro” intendendo nei fatti diritto allo sfruttamento… Non intendiamo commentare il comizio aquilano, abbiamo sinceramente meglio da fare che sprecare tempo ad evidenziare le infinite contraddizioni di un sindacato vecchio, ridotto a cinghia di trasmissione della crescita sul fronte della rappresentanza corporativa dei lavoratori, vorremmo dare uno sguardo complessivo su quello che rappresenta realmente il 1° maggio. Ci chiediamo: ha ancora senso “festeggiare” il lavoro? E soprattutto, c’è ancora qualcosa da festeggiare? Riteniamo che una risposta negativa sia appropriata per entrambi i quesiti. Il primo, perché siamo convinti che l’unica cosa che i lavoratori dovrebbero realmente festeggiare è la distruzione del lavoro, quando ancora, fino ad oggi, sono loro ad essere distrutti dal lavoro: si continua a morire DI lavoro (e non sul lavoro, come dicono padroni e giornalisti dando ad intendere la fatalità del caso), perché il lavoro uccide, e allo Stato e ai sindacati basta ricordare le “morti bianche” fugacemente il 1° maggio per pulirsi la coscienza, e noi appunto ci chiediamo cosa ci sia da festeggiare quando dal 1° gennaio di quest’anno non sono tornati a casa dalla fatica giornaliera centinaia di persone (l’anno scorso 1.140, un dato che il ministro Sacconi ha avuto il coraggio di definire “incoraggiante”…). Del resto lo sappiamo, sono lacrime di coccodrillo quelle di Napolitano (ricordiamolo, fu “comunista”, virgolettato d’obbligo per ogni vecchio pci) e quelle di Epifani (Bonanni e Angeletti ormai non hanno bisogno nemmeno più di fingere, ormai la “scelta di campo” li solleva da ogni obbligo morale alle sceneggiate), entrambi sanno benissimo che queste morti, questo omicidi sono il prezzo da pagare per lo sviluppo, il tragico gioco dei numeri necessario (e logico) del sistema produttivo, e quindi di sfruttamento, che si traduce in ritmi, orari, mansioni che consumano la vita e che talvolta la spezzano. Ma c’è qualcos’altro da festeggiare oltre ad un sistema di sfruttamento e ai padroni assassini (per il bene di tutti, s’intende…)? E passiamo alla seconda domanda: la cosa paradossale è che questo primo maggio capita durante la più grave crisi economica dal famoso ’29, c’è un esercito di cassintegrati e una prospettiva di disoccupazione di massa, e nessuno ne fa parola… E sempre il solito discorso, il sindacato controlla il conflitto sociale e la Confindustria ringrazia, e in questo caso lo controlla non parlandone, facendo finta di niente. Altro tema grande assente delle celebrazioni istituzionali è stato quello della precarietà, un argomento spinoso che il sindacato ha preferito non affrontare ovviando al problema regalando “circenses” alla gioventù per farli stare buoni e per accaparrarsi facili consensi col tradizionale concertone a p.za San Giovanni, un appuntamento dato per politicamente schierato che di rosso aveva solo il cognome della guest-star di quest’anno (e ci riferiamo a Vasco Rossi e non al compianto Stefano Rosso, scomparso lo scorso anno, che ricordiamo con affetto). Anche lì, gli stessi slogan vuoti del comizio aquilano (come Danilo Sacco dei Nomadi che in versione Che Guevara incita le folle con appelli al “diritto al lavoro”, tanto a lui che gliene frega, fa il cantante!) e tanti appelli patetici a facili sentimenti. Che dire, un copione consueto, del resto negli ultimi anni il concerto del 1° maggio è stato teatro di altre brutte pagine della “musica impegnata”, come quella dei Modena City Ramblers che all’appuntamento del 2007 cambiarono le parole a “Contessa” di Pietrangeli senza il consenso dell’autore e presentarono ufficialmente il loro “manifesto post”, “Mia dolce rivoluzionaria” (una canzone che riteniamo con un fondo marcatamente sessista che non fa che dimostrare quanto la loro appartenenza politica per i MCR era più un fatto di slogan che altro, come molti “compagni” targati PCI del resto) che nei concerti avrebbe preso progressivamente il posto della famosa canzone di lotta a cui devono moltissimo del loro successo. Questo paese ci consegna uno scenario deprimente, la cui unica nota di dissenso viene dai compagni che hanno sfilato in corteo nelle mayday organizzate nelle varie città reclamando reddito, che rappresentano il corpo vivo della società e la forza costituente per cambiare questo stato di cose. Convinti però che neanche questo basti, lanciamo un appello per organizzare il sabotaggio attivo delle future celebrazioni istituzionali del 1° maggio, in nome del rifiuto del lavoro della precarietà e dell’autonomia delle lotte, perché non esistono spazi politici separati e la parola bisogna predersela, senza aspettare che qualcuno la conceda.
MM
Note:
1. Per approfondire vedi Rivolta di Haymarket Square, 4 maggio 1886 a Chicago
2. Articoli sugli scontri: http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE54103N20090502
http://www.ansa.it/site/notizie/awnplus/mondo/news/2009-05-01_101290451.html
http://www.rainews24.rai.it/notizia.asp?newsid=116911
http://roma.indymedia.org/node/9771






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