martedì 26 maggio 2009

Crisi, razzismo, repressione: caratteri dell'offensiva autoritaria in Italia

L’Italia vista da fuori: leggi razziste/ali, violazione dei diritti umani dei migranti, militarizzazione del territorio, ronde, e insieme restrizioni del diritto di sciopero e di manifestare… Dove va l’Italia? È ormai evidente che la crisi ha messo in rilievo qualcosa che prima era solo percepibile e non verificabile. La crisi del capitale globale in Italia ha svolto un ruolo catalizzatore di questo “nuovo corso” politico, allo stato d’emergenza permanente (l’ordinaria alimentazione di “tensione securitaria” che è trasversale a tutti i governi e costituzionale dei regimi democratico-rappresentativi occidentali) è stato affiancato uno stato d’emergenza straordinario, attraverso il quale diffondere sempre più “insicurezza” (termine politico-destroide per dire paura, alimentata e costruita dai media) utile a legittimare leggi autoritarie e provvedimenti repressivi. Il cosiddetto “Pacchetto Sicurezza” (curioso acronimo, “PS”…) si configura come il più imponente esperimento normativo di restrizione delle libertà democratiche della storia di questo paese...
A differenza delle leggi speciali e di emergenza utilizzate per fronteggiare il problema specifico dell’emergenza terrorismo e con essa la capacità offensiva sul piano politico-sociale della sinistra extraparlamentare negli anni ’70 (vedi Legge Reale prima e Cossiga poi), questa legge si configura come costituzionalmente liberticida, ossia disegna un quadro repressivo su larga scala senza un obiettivo socialmente determinato. Si tratta di una prova di normalizzazione sociale, un tentativo estremo (per una democrazia formalmente liberale ed europea) di modellare la società, non nella dimensione della assegnazione imperativa di valori dello schema eastoniano integrato nei sistemi rappresentativi, ma in quella di un potere che ricostituisce le basi della società civile in maniera autoritaria secondo un principio ideologico. Naturalmente il Leviatano per farsi concedere i nuovi poteri ha bisogno di un nuovo nemico, dal cui pericolo possa spingere i sudditi a rinunciare alle loro libertà in cambio della protezione necessaria alla loro sicurezza: il nemico è all’esterno, è oltre frontiera, il migrante. Non uomo, bensì extracomunitario o clandestino: lo Stato identifica i migranti secondo un rapporto giuridico e non sotto un profilo sociale. Il risultato è la legittimazione alla costituzione di lager legali (intesi nella loro funzione di campi di concentramento coatto), i CIE (centri di identificazione e di espulsione) al cui interno la nuova legge permette di poter trattenere forzatamente 180 giorni e l’introduzione del reato (penale) di clandestinità con l’obbligo di denuncia all’autorità giudiziaria (il vecchio sistema della delazione forzata), ora con l’esclusione dall’obbligo per medici e presidi scolastici. È interessante notare come questa deroga sia stata voluta da settori della destra post-fascista… è il caso di introdurre una valutazione sulla contingenza politica istituzionale: con questa legge finisce il “berlusconismo”, inteso come il processo politico che ha caratterizzato la vita pubblica italiana negli ultimi 15 anni. La costante del berlusconismo è stata la forzatura legislativa atta a neutralizzare le questioni giudiziarie dell’attuale presidente del Consiglio. Protagonista di questa fase è stato l’entourage forzista legato alle sorti del suo leader carismatico, l’avallo di forze esterne come la destra post-fascista, quella separatista-identitaria padana e le restanti componenti partitiche della Democrazia Cristiana, è stato dettato dalla necessità di una loro garanzia rappresentativa nella fase politica della fine delle ideologie e del “pigliatuttismo” di cui Berlusconi si è fatto interprete fondamentale non solo a livello nazionale ma anche internazionale e storico. La fusione della destra con il partito berlusconiano nel nuovo contenitore partitico comporta evidentemente un cambio di rotta dove la centralità del partito di massa maggioritario è evidentemente condivisa tra le due componenti principali, e la destra in questo processo acquisisce sicuramente preponderanza dal momento che si trova in una posizione di vantaggio politico-culturale sull’ex-alleato e nuovo compagno di partito, ancorato alla figura del capo e coeso intorno ad esso. Parallelamente è la destra padana che, in quanto espressione di unico partito esterno alleato per la vittoria elettorale, si vede aumentare notevolmente il suo potenziale ricattatorio e quindi la possibilità di esigere. Berlusconi oggi è interprete e non autore della politica nazionale della destra al potere, e le politiche pubbliche attuali sono l’espressione di una sintesi (come abbiamo visto non sempre lineare) delle posizioni delle uniche due reali culture politiche esistenti in ambito governativo (essendosi autoesclusa la componente democristiana, il che rappresenta anch’esso un sintomo politico del processo suesposto. Oggi le politiche infami sull’immigrazione sono l’espressione della xenofobia della Lega e del razzismo costituzionale della destra nazionalista, e Berlusconi ne è l’interprete pubblico sulla piazza nazionale e internazionale. Ed è tanto forte questa istanza politica del governo che la “linea dura” sull’immigrazione arriva a spingersi alla violazione dei diritti umani sanciti dalla Convenzione di Ginevra in materia di diritto d’asilo, escluso a priori con l’infame respingimento delle navi di disperati in fuga da situazioni di estrema povertà e conflitti armati. E l’aspetto più interessante di questo fatto politico non è l’azione repressiva in sé (tragica e infame come testimoniato dagli stessi militari delle motovedette italiane che hanno eseguito materialmente gli ordini [1]) ma la rivendicazione della sua piena legittimità di fronte all’opinione pubblica e agli organi politici internazionali: alle richieste di sospensione dei respingimenti dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati il ministro della Difesa La Russa ha definito l’Unhcr “un organismo che non conta nulla” (confermando indirettamente che la permanenza nei centri CIE è brutale per cui è sicuramente più “umano” rimandare indietro questi poveri disgraziati da dove sono venuti) e il capogruppo del principale partito di governo ha risposto riproponendo il tradizionale motto fascista del “me ne frego” [2]. Ma più rilevanti sono le dichiarazioni del presidente del Consiglio, che giunge ai proclami contro l’”Italia multietnica” (negando un fatto storico e favorendo la retorica xenofoba che ha costretto la debole funzione di garanzia costituzionale impersonata dal Presidente della Repubblica a prendere posizione insieme alla CEI [3]) dichiarando che “nessuno sui barconi ha diritto di asilo” (ignorando evidentemente le norme elementari non solo del diritto internazionali ma evidentemente anche i più comuni istituiti di diritto civile che vietano da parte di chiunque una presunzione di malafede sulla condotta di chiunque) e risponde all’ONU con toni di contrasto che, con le dovute differenze, possono trovare un precedente solo con Mussolini e la Società delle Nazioni sulla questione etiope. La situazione italiana resta un unicum sulla condotta dei governi europei in tempo di crisi, e non sorprende che certe politiche finiscano per essere oggetto di apologia da parte di formazioni neofasciste e neonaziste sparse in Europa (vedi il recente caso greco [4]). Un laboratorio di repressione quindi, dove si sperimentano soluzioni legalitarie e forzature autoritarie. Del resto chi governa oggi sono le stesse persone che hanno represso nel sangue il G8 genovese prendendosi la responsabilità di quella che Amnesty International ha definito la più grave sospensione dei diritti umani in occidente dopo la seconda guerra mondiale. Questo rimando ci preoccupa non poco, non solo perché costituisce un precedente di queste forze politiche sulla loro capacità di violare coscientemente le norme costituzionali in termini di diritti umani e civili, ma perché alla luce di una nuova impostazione repressiva ,determinata per mezzo di legiferazione ordinaria per procedura ma straordinaria per contenuti, ci mette in guardia su scenari addirittura imprevedibili del prossimo G8 aquilano… Da qui ci ricolleghiamo ad un nodo centrale di questo processo politico: il razzismo di Stato si configura come elemento diversivo per la creazione di leggi repressive, ma l’obiettivo reale di queste si sviluppa sul piano dei diritti e del conflitto. È fondamentale assumere il dato che vede l’emergenza securitaria funzionale all’introduzione di norme liberticide dei diritti individuali, collettivi e sociali. L’approvazione del pacchetto sicurezza (e degli altri provvedimenti legati all’ordine pubblico) ha permesso la creazione di strumenti di controllo che mirano all’assorbimento e l’inibizione del conflitto sociale in tutte le sue forme. Vogliamo parlare di repressione “multi-piano” perché le situazioni affrontate sono le più molteplici e riconducono la dialettica penale anche a settori per loro natura slegati da questo vincolo. Si parla di ronde (con espressa preferenza di coordinamento di personale militare e pubblici ufficiali a riposo, un fattore che ci spinge a definire queste come “nuovi freikorps”), militarizzazione reale del territorio (militari nelle strade con prospettive di proroghe infinite della loro presenza in ausilio alle forze dell’ordine e libertà per i sindaci di posizionare telecamere ovunque), attacco al diritto di sciopero (revisione delle regole a base di precettazioni facili e forme di sciopero “virtuale”), ridimensionamento attivo (a suon di protocolli e manganello) del diritto a manifestare (senza contare che tutti i cortei per la prima volta saranno videoregistrati da agenti di PS addetti per facilitare identificazioni e denunce), la stretta sulla libertà di associazione autogestita (chiusura progressiva degli spazi sociali del movimento di comune accordo con gli enti locali schierati), il ritorno dell’infame reato di “oltraggio a pubblico ufficiale” e, per la prima volta, provvedimenti per la repressione della libertà di espressione sui mezzi di comunicazione informatici e telematici (vedi articoli proposti nel pacchetto sicurezza sulla “repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet” valida anche per l’istigazione alla disobbedienza alle leggi dello Stato e il pionieristico tentativo di abolizione dell’anonimato su internet del dl Carlucci). Quello che si verifica è appunto è un piano di repressione a più livelli, che colpisce gli aspetti materiali e immateriali della libertà di pensiero e di espressione nel tentativo di codificare un modello comportamentale irreggimentato e socialmente innocuo. Ed è un dato importante è quello che vede questo processo legato al momento della crisi, che accelera la produzione di provvedimenti che vedono contestualmente alle leggi liberticide anche la distruzione del CCNL e il peggioramento delle condizioni contrattuali generali con la prospettiva di vedere presto una controriforma sulle pensioni (terreno ora agibile grazie alla neutralizzazione del sindacato).
Tutto è in gioco, la destabilizzazione sociale provocata dalla crisi sta accelerando i movimenti delle forze di governo e sta aprendo le porte al grande disegno politico che la destra nazionale (dal neofascismo alla P2) ha accarezzato per 30 anni: il fascismo “democratico” e legalitario, attuato tramite una marcia si Roma giuridica e non militare, ben delineata non solo dal quadro complessivo delle politiche pubbliche prodotte da questo governo, ma dalle volontà presidenziali di maggiori poteri e annichilimento del Parlamento attraverso proposte di legge di iniziativa popolare… [5])
Il movimento è a un bivio: accettare la situazione e optare per un processo di pratiche resistenziali (necessarie ma da sole improduttive) o rilanciare l’opposizione sociale forzando gli spazi politici ancora tutelati dal vincolo istituzionale, anche alla luce del fatto che il movimento stesso si configura come l’ultima soggettività in campo capace di produrre un’opposizione politico-sociale reale (vista la neutralizzazione delle forze riformiste del centrosinistra e l’uscita di scena dei partiti comunisti parlamentari). Accendere il conflitto, impegnare la macchina statale della repressione nel disordine sociale per rallentare e arrestare l’avanzata del regime, divenire punto critico.
Prima della resistenza, potrebbe essere utile sperimentare una grande contro-offensiva, sull’onda (è il caso di dirlo) della grande giornata di lotta e conflitto degli studenti contro il G8 dell’università a Torino. Il prossimo appuntamento è quello del 30 maggio del corteo nazionale contro il G8 su immigrazione e sicurezza organizzato a Roma proprio con lo scopo di coordinare la repressione in tempo di crisi su scala globale. Invitiamo tutti a partecipare con determinazione.



MM

Note:
[1] "Ho eseguito gli ordini ma mi vergogno Quei disperati ci chiedevano aiuto"
[2] Immigrati: Gasparri, accuse UNCHR? Per dirla con La Russa 'ce ne freghiamo'
[3] Ddl sicurezza, via libera della Camera tra le polemiche. Monito di Napolitano: «Troppa retorica xenofoba», Maroni: via 240 clandestini. La Cei: ''L'Italia è multietnica''
[4] Atene: 350 neonazisti e razzisti manifestano contro i migranti e inneggiano a Maroni
[5] Berlusconi: Parlamento pletorico: sì a iniziativa popolare

0 commenti: