venerdì 12 giugno 2009

Crisis 2K: analisi, ipotesi e percezioni marxiste sulla crisi globale

Di solito quando i marxisti si trovano di fronte ad una crisi economica si lasciano andare ad esultanti proclami catastrofisti, peggio di quando ciclicamente annunciano, spesso in tempi non sospetti, la fine prossima del capitalismo mondiale. Noi non riteniamo che il capitalismo stia per morire, affatto, riteniamo credibile che questa crisi non sia l’atto finale di un periodo storico segnato dal capitale e che avremo a che fare con esso ancora per diverso tempo. In realtà noi riteniamo semmai che il capitalismo, inteso come forma economica formalizzatasi nell’800 e sviluppatasi nella sua forma avanzata nella seconda metà del ‘900 sia in realtà già defunto…
Non siamo di fronte quindi ad un malato terminale, ma ad un caso di coma vegetativo permanente, un sistema economico che viene tenuto in vita artificialmente con l’aiuto di strumenti creati da lui stesso prima di giungere al suo stato comatoso attuale. Il capitalismo propriamente inteso è vissuto su di un assetto sociale e culturale che si è trascinato fino ad oggi, modificandosi via via ma mantenendo stabile il medesimo processo funzionale. Quello che abbiamo di fronte è invece un panorama mutato e innovativo rispetto all’industrialismo classico e al fordismo, viviamo l’immanenza della postmodernità con la messa al valore del lavoro cognitivo e con l’ingresso prepotente del general intellect sulla scena socio-politica mondiale. Ma non è di questo aspetto che vogliamo parlare, vogliamo invece puntare ad un’analisi percettiva della crisi in sé che si è sviluppata negli ultimi mesi. Perché parliamo di “percezioni”? Fondamentalmente per due motivi: il primo per evitare di adottare un’ottica marxista classica quanto rigida della teoria propriamente intesa (eviteremo di fare un lavoro di esclusivi riferimenti bibliografici, ci limiteremo a delle citazioni appunto “percettive”). La seconda ragione riguarda la volontà di non voler ridurre tutto ad un adattamento della situazione attuale nelle codificazioni dell’economia marxiana, proprio perché riteniamo che la complessità del quadro attuale richieda un approccio elastico che permetta di richiamarsi alla critica marxista senza effettuare forzature (e, come si tende a fare erroneamente, adattando la realtà alla teoria e non il contrario). L’interesse per una lettura marxista della crisi attuale è tra l’altro dimostrata da un’esposizione mediatica specifica verso il lavoro del filosofo (ed economista) di Treviri, non solo rispetto ad un sentimento collettivo che afferma la ragione di Marx “battendo” (seppur di misura) i critici in un sondaggio del Times [1], ma anche dal fatto che negli ultimi mesi le vendite de “Il Capitale” nel circuito editoriale internazionale (e in particolare in quello tedesco) sono aumentate esponenzialmente [2]. Il quadro generale della crisi economico-finanziaria (o meglio, finanziario-economica) è quello di una (la prima) destabilizzazione sistemica globale della circolazione di merci e capitale a livello del mondo appunto globalizzato. Le precedenti debacle finanziarie degli ultimi anni si configurano come un riflesso e al tempo stesso una causa di eventi e condizionamenti esterni all’economia, di natura politica e geopolitica (l’attentato al WTC e le successive esperienze militari dell’Occidente in Afghanistan e Iraq). Quella di oggi invece si configura come una crisi “endogena”, figlia di dinamiche proprie di un processo di crescita e sviluppo minato dall’interno delle economie occidentali a capitalismo avanzato. È cominciata con i mutui subprime, che hanno innescato un meccanismo di insolvibilità generale e hanno tirato giù un castello di carta fatto di titoli e fondi speculativi. Un’onda lunga che ha travolto le banche (con il fallimento di storici istituti, su tutti Lehman Brothers Holdings) provocando una crisi generale del settore finanziario portandolo sull’orlo di un credit-crunch globale…
L’impostazione classica dell’analisi marxista della crisi è quella legata alle crisi cicliche di sovrapproduzione, una condizione che determina prima una crisi dell’economia reale e solo successivamente una destabilizzazione negativa della finanza. La condizione attuale è invertita, una grave crisi finanziaria che ha determinato un riflesso sull’economia reale. Riduzione del credito, degli investimenti, riduzione del personale, riduzione generale del reddito disponibile e della propensione al consumo: una riduzione della domanda che innesca una spirale macroeconomica che tende a riprodurre e acuire il medesimo processo critico, e quindi continuo ridimensionamento della forza lavoro attiva dovuto a crisi o fallimento delle industrie. È interessante verificare come lo stesso Marx, in maniera non legata alle successive codificazioni classiche del Capitale, abbia avuto modo di commentare dinamiche simili con la crisi del 1857, che si configura come la prima crisi finanziaria mondiale della storia, che per modalità di evoluzione ci suggerisce come il processo di interdipendenza internazionali dei mercati fosse allora già presente e quindi condizione strutturale del capitalismo, oggi diremmo, come sistema globale. La crisi del ’57 fu originata dal fallimento di una banca newyorkese che portò in breve tempo il panico in Austria, Germania, Francia e Inghilterra (il parallelismo con la crisi attuale è molto suggestivo). Questo evento condizionò sicuramente la stesura dei Grundrisse e portò il filosofo di Treviri (ma anche l’amico di sempre Friederich Engels) a produrre valutazioni innovative rispetto, ad esempio, ai nuovi strumenti finanziari (i precursori dei moderni “futures”) che prendevano piede nelle finanze nazionali e condizionarono non poco l’evoluzione della crisi nella sua dimensione internazionale, anche lì (come oggi) accompagnata da un’espansione anomala e incontrollata del credito. [3] Le aspettative dei due rivoluzionari erano molte, ed entrambi ritenevano possibile il “compimento di tutto” nell’anno 1857… Il fatto che la storia ci consegni un quadro ben differente e una sopravvivenza di lungo periodo di quel capitalismo in crisi, ci fa essere cauti sulle previsioni, come abbiamo specificato all’inizio.
Non vogliamo soffermarci sul piano di salvataggio globale che i governi occidentali stanno mettendo in atto con operazioni concordate con il Fondo Monetario Internazionale che ogni settimana rivaluta la stima del suo costo complessivo (per ultimo si è detto 4.000 miliardi di dollari). Non è questa la dimensione che ci interessa, perché una dimensione politica e finiremmo per produrre una critica appunto politica ad un processo neo-keynesiano che ha costretto gli ultrà del neoliberismo ad invocare e scegliere un massiccio ingresso dello Stato nell’economia, nei capitali di istituti bancari in crisi, alcuni addirittura nazionalizzati (il caso dei colossi dei mutui statunitensi Freddy Mac e Fanny Mae, l’inglese Northern Rock e il gruppo belga Fortis) scegliendo una formula che molti hanno definito di “socializzazione delle perdite” a fronte della ordinaria privatizzazione del profitto, e su questo lo stesso Marx percepì il medesimo atteggiamento della borghesia durante la crisi del 1857: è bello che i capitalisti, che gridano con così tanto contro il “diritto al lavoro”, ora esigono dappertutto “pubblico appoggio” dai governi, fanno insomma valere il “diritto al profitto” a spese della comunità [4]. Quello che vogliamo considerare è la possibilità che la proliferazione di quella che viene generalmente definita “finanza creativa”, delle massicce soluzione speculative delle istituzioni bancarie, l’espansione del credito, il boom dei prodotti derivati, riveli una necessità del capitale di trovare nuovi canali di accumulazione di fronte ad uno scenario produttivo che non riesce più a garantire margini di profitto adeguati a sostenere la crescita. In altre parole, la crisi odierna si potrebbe configurare come un diversivo obbligato e rischioso per ovviare alla riduzione dei margini di profitto della produzione reale e dell’accumulazione di capitale connessa. In fondo se pensiamo al panorama economico dove la stessa circolazione monetaria è in balia dei moltiplicatori monetari delle banche e ad una moneta completamente slegata da ogni tipo di controvalore reale (aureo per il dollaro fino al 1971), non è difficile immaginare come i freni ad una finanziariarizzazione dell’economia globale siano svaniti nel corso degli anni. Ma perché questa fuga in avanti dai termini concreti dell’economia reale basata sulla produzione e sulla vendita di merci? Ritornando al discorso marxiano della crisi (soffermandoci sul libro III del Capitale ma senza scomodare la legge sulla caduta tendenziale del saggio di profitto, per evitare un avvitamento teorico storicamente spinoso quanto improduttivo nel nostro caso specifico) nella sua dimensione di ripetizione ciclica relativa alla sovrapproduzione, crediamo che non sia sbagliato valutare l’ipotesi di una crisi prodotta da un grave ed esteso processo di sovrapproduzione di merci di fronte alla più grande saturazione del mercato che la storia del capitalismo abbia mai verificato. In altre parole, riteniamo possibile leggere questa crisi non tanto come una destrutturazione endogena del sistema finanziario, quanto come un risultato di una scelta obbligata dell’economia globale di fronte alla saturazione del mercato dell’economia reale, e in quest’ottica la crisi finanziaria non sarebbe la causa del processo critico globale ma un suo effetto. La nostra ipotesi poggia sulla valutazione di settori di mercato, e sia chiaro che quando parliamo di mercato ci riferiamo all’Occidente, saturi o tendenti alla saturazione. La fuga in avanti della finanza quindi può leggersi come un processo tendente a sopperire ai rallentamenti in termini tendenziali della produzione e a mantenere accettabili (e stabili) i termini di crescita dell’economia globale. La finanziariarizzazione quindi come droga prestazionale per un economia a rischio stagnazione. Se facciamo una valutazione storica sulle condizioni del mercato capitalistico ci accorgiamo di come le forze produttive, che negli anni dello sviluppo fordista garantivano la crescita sulla base di un mercato di prima copertura di beni (raggiungendo chi non aveva un determinato bene per fornirglielo), oggi funzionino per la maggior parte nel “mercato di sostituzione”, un mercato che tende a produrre beni che sostituiscono quelli preesistenti della stessa tipologia per esaurimento di questi ultimi o per avanzamento tecnologico dei primi. Ora, se verifichiamo che importanti settori del mercato occidentale sono al limite della saturazione (il settore automobilistico, in particolare quello europeo che tende a segnare un calo percentuale a due cifre delle immatricolazioni, le telecomunicazioni, specie quelle mobili che segnano una flessione del 20% sulle vendite di apparecchi cellulari, in generale i supporti tecnologici e informatici che in questi anni tanto hanno sostenuto la crescita con un’espansione che sembrava non aver fine) possiamo intravedere il rischio di rallentamento strutturale della produzione, che per dimensioni non potrà essere certo sostenuto dalla scelta strategica di produrre merci con una vita media di utilizzo più breve, come è stato fatto negli ultimi 2 decenni. Ritornando al parallelismo con la crisi del 1857 lo stesso Marx (ma soprattutto Engels che era in quel periodo un osservatore attento della finanza europea) aveva verificato come la crisi nella sua dimensione finanziaria avveniva in un contesto di saturazione dei mercati [5], ma mentre ai tempi di Marx ed Engels quella del ’57 poteva configurarsi come una saturazione dovuta ad una contingenza dello sviluppo, oggi questo dato si verificherebbe invece in maniera strutturale e potenzialmente definitiva.
Il sogno finanziario degli anni 2000 (e relativo crollo) figlio di questa condizione strutturale del mercato quindi? La riteniamo una ipotesi interessante, soprattutto perché preannuncerebbe una crisi sistemica strutturale, e non più solo funzionale, del capitalismo avanzato e del capitalismo stesso, nel caso questo dimostrerà di avere esaurito il suo ciclo di sviluppo in Occidente, riproducibile ormai in maniera esclusiva (e quindi suicida nell’ottica di un’economia globale), dai paesi in via di sviluppo, in particolare dalla Cina, India e dalle tigri asiatiche. Riteniamo possibile valutare la situazione attuale come l’inizio di un processo di destabilizzazione definitiva dello sviluppo capitalistico, soprattutto nella misura in cui valutiamo la finanziarizzazione progressiva dell’economia come il trattamento forzato utilizzato per tenere in vita un capitalismo in stato di coma vegetativo permanente, la cui morte cerebrale è verificabile nel mutamento irreversibile delle dimensioni storiche dei rapporti di produzione e delle determinazioni sociali tipiche del capitalismo e necessarie alla sua esistenza in quanto tale. Non vogliamo rischiare di passare per falsi (in quanto fallibili) profeti, per questo evitiamo di fare ipotesi su quanto durerà questo processo, pensiamo non sia possibile valutarlo, il che significa che non sappiamo per quanto tempo ancora avremo a che fare con questo sistema economico sottoposto ad alimentazione forzata. Quello che possiamo dire che, essendo contrari all’accanimento terapeutico, se non addirittura favorevoli all’eutanasia, noi staccheremmo volentieri la spina…


MM


Note:

1. “Karl Marx: did he get it all right?” (Articolo corrispondente in italiano su “La Stampa”: Crisi, il dubbio del "Times":
"Aveva ragione Marx?"
)
“Banking crisis gives added capital to Karl Marx’s writings” (Articolo corrispondente in italiano su Rainews24: “In piena crisi finanziaria il Capitale di Karl Marx va a ruba”)

2. In questa crisi la sovrapproduzione è stata generale come non lo era stata mai prima. Il bello è questo, e avrà delle conseguenze enormi. La forma sotto la quale la sovrapproduzione si nasconde è sempre , più o meno l’estensione del credito; ma questa volta, in modo particolare, sono gli imbrogli con i titoli. Il sistema di far denaro mediante titoli “futuri”, attraverso banche o investitori istituzionali che pratichino “affari di cambio”, e di coprirli prima della scadenza, o anche no, secondo come si mettono le cose, è la regola. Tutti gli investitori istituzionali lo praticano. Questo sistema è stato spinto all’estremo; dove imperversano questi imbrogli su titoli, molti agenzie, trattarie in questa linea, sono andate in malora per questo. (da “Crisi di sovrapproduzione e titoli futures”, Friedrich Engels, “Lettere a Marx, 11/12/1857 – 6/1/1858”)

4. Lettera di Karl Marx a Friedrich Engels, 8 dicembre 1857, in K. Marx, F. Engels “Opere”, Vol. XL, Editori Riuniti, Roma, 1973, p. 236

5. Stavolta ci sarà un giorno del giudizio senza precedenti, l’intera industria europea rovinata, tutti i mercati saturi […], tutte le classi abbienti trascinate nella rovina, bancarotta completa della borghesia, guerra e disordine al massimo grado (interessante notare come Engles valutava i rischi della crisi negli stessi termini in cui è stato fatto in questi mesi per la situazione odierna, n.d.r.). Lettera di Friedrich Engels a Karl Marx, dopo il 26 settembre 1857, ivi, p. 78

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