A un anno di distanza dalla prima ondata di cortei spontanei ed occupazioni è opportuno, e forse solo ora possibile, produrre un’analisi complessiva del profilo politico del movimento dell’Onda, un movimento che ha rotto non poche strutture politiche consolidate che hanno regolato le mobilitazioni studentesche negli ultimi 20 anni. Ci interessa il profilo politico perché è quello che noi consideriamo come più idoneo e rilevante per valutare la reale consistenza e forza di questo movimento tutt’altro che estinto. Naturalmente non tralasceremo il necessario approccio alla sua composizione sociale, anche se come semplice conseguenza metodologica. Rinunciamo a tracciare un profilo ideologico, quanto mai sterile nella sua dimensione “riassuntiva”, tipica della caratterizzazione dei movimenti politici novecenteschi, ed abbandoniamo l’ipotesi di costruire in maniera artificiosa un impianto teorico dell’Onda, non foss’altro perché nella realtà fattuale della sua esperienza si può considerare completamente sussunto nella sua pratica politica.Innanzitutto un dato: il movimento dell’Onda è stato il primo movimento studentesco che da decenni a questa parte ha avuto la capacità di produrre mobilitazione, e quindi la capacità di conservare la propria soggettività, “superando l’anno”, rompendo gli argini temporali delle mobilitazioni studentesche che si riproducono fisiologicamente di anno in anno rimanendo però legate al loro ambito stagionale. In particolare l’elemento che segna il superamento di questa condizione è dato dalla capacità del movimento di rimanere movimento anche dopo l’estinzione del casus belli legislativo che ha fornito l’elemento causale della contestazione, la legge 133: di norma storica degli ultimi anni di “movimento studentesco” categoricamente e genericamente inteso, la spinta di partecipazione e di contestazione è andata esaurendosi sistematicamente con la conclusione dell’iter legislativo delle riforme scolastico-universitarie, con un climax di mobilitazione liturgicamente celebrato il giorno dell’approvazione definitiva. Questa continuità che si è avuta negli anni, dal movimento della “Pantera” al movimento di contestazione contro la riforma Moratti si è finalmente spezzata, alla verifica di un movimento che ha prodotto mobilitazione cronologicamente successiva ai momenti della ratifica istituzionali dei provvedimenti di riforma. È da questo dato che è necessario distinguere due fasi della mobilitazione dell’Onda. La prima riguarda l’espressione prima e propria del movimento, quella della mobilitazione diffusa dei cortei spontanei, delle occupazioni generalizzate: questo primo momento ha il picco di mobilitazione in prossimità dell’approvazione della legge, e procede con intensità discendente fino al mese di dicembre. La seconda fase, che costituisce il vero elemento di discontinuità storica, è quella che noi abbiamo chiamato dell’“Onda lunga”, ovvero l’insieme di iniziative di partecipazione che sono seguite cronologicamente al fisiologico processo di smobilitazione invernale. Il fatto stesso di rilevare momenti di lotta successivi alla mobilitazione generalizzata individua quel fattore di discontinuità di cui abbiamo parlato. Per utilizzare una facile metafora, l’Onda, nella sua anomalia, come il fenomeno naturale a cui fa riferimento, presenta una forza tale da permettere il superamento della linea costiera e l’invasione della terra ferma. In questo caso la terra ferma è il terreno di scontro su cui si è mossa l’Onda nel corso di quest'anno. Onda lunga quindi, ma anche di lunga durata, grazie anche e soprattutto ad accelerazioni importantissime che hanno evidenziato la maturità dell’Onda, prima fra tutte la contestazione del G8 dell’università[1], in cui si è percepita un'interessantissima dimensione di conflitto che questo movimento è stato in grado di produrre nell’ambito di una politica di soffocamento delle agitazioni e tensioni sociali in tempo di crisi portata avanti da partiti, sindacati e istituzioni.
Oggi l’Onda è il movimento universitario che si trova di fronte all’ennesima riforma dell’università che vuole dirsi “definitiva”, immediatamente figlia della crisi, in questi giorni formalizzata in disegno di legge. Subito un dato: il fatto che il governo delle destre abbia optato per la forma del ddl anziché per la legiferazione per decreto, in controtendenza alla sua impostazione autoritaria e alla sua prassi parlamentare, è una diretta conseguenza (e parziale vittoria) del movimento, che ha posto le condizioni per la necessità di un iter legislativo diluito nel tempo anziché un procedimento breve che avrebbe sicuramente spostato la dialettica interna all’università sull’ordine pubblico, oggi potenzialmente difficile o addirittura impossibile da gestire senza scelte rischiose quanto dolorose. Gli aspetti più interessanti di questa legge superano però l'evidenza dell’ennesima riforma a costo zero (diretta esigenza dello Stato nella crisi, e nella crisi conseguente dei suoi conti pubblici) e che va ad addossare i costi della “razionalizzazione” (leggi, della crisi) sulle spalle degli studenti e, in particolar modo, di coloro che si troveranno a fare i conti con la chiusura degli atenei periferici senza un sistema di welfare in grado di colmare il divario tra loro e gli studenti metropolitani (vista la completa assenza di un piano per la mobilità e per la questione abitativa): l'aspetto più rilevante è che questa legge va a riconfigurare strutturalmente gli strumenti della governance e il modello direttivo dell’università intesa come istituzione della formazione[2]. Il fatto che tutto il discorso verta sulla retorica del merito e sulla “meritocrazia” come sistema tradisce la volontà delle destre di chiudere definitivamente con una stagione ormai storica che è quella dell’università pubblica post-’68, che con tutti i suoi limiti e le sue conservazioni, ha permesso lo sviluppo dell’università come un luogo non esclusivamente legato alla sua funzione principe di “apparato ideologico di Stato” per dirla con Althusser. Per quanto abbiano continuato a sussistere nel tempo le più odiose logiche baronali e corporative, all’interno dell’università è rimasto sempre quello spazio, aperto con le lotte del ’68 e allargato con le potentissime esperienze di contropotere studentesco del ’77, che ha permesso agli studenti di vivere l’università come luogo di libera crescita culturale, di espressione politica, di critica, superando quindi i meri risultati formali di quella stagione, ovvero le minime rappresentanze studentesche (ampiamente delegetittimate dallo stesso corpo studentesco) istituzionalizzate nel senato accademico e nei consigli di facoltà. Uno spazio che ha permesso di creare percorsi di formazione alternativa, autonoma, forme di autogoverno e autogestione dei percorsi didattici[3]. La riforma attuale ha in mente di abolire ogni forma di autorganizzazione del sapere dal momento che è in piano la completa ripianificazione e sistematizzazione dei percorsi didattici sulla base delle esigenze concrete del “mondo del lavoro”, ovvero del capitale. Questo processo abolirà con geometrica selezione darwiniana ogni insegnamento e ricerca ritenuto “inutile” o superfluo alle esigenze della produzione (che vanterà per questo diretti rappresentanti negli apparati gestionali degli atenei). Questo significa che si stanno preparando ad un’operazione, diremmo epocale, di neutralizzazione di ogni voce critica all’interno dell’università e di qualsiasi gruppo sociale in grado di muoversi all’interno della sua struttura creando conflitto e resistenza alla gestione verticistica dei singoli atenei. La retorica del merito non fa altro che offrire una copertura ideologica ad una volontà politica di irregimentazione del sapere secondo le necessità del mercato. In questo scenario di cesura storica va a inserirsi la lotta degli studenti, che difendono il loro diritto al sapere critico, all’autoformazione e all’autoriforma in risposta a questo scenario che ir entra a pieno titolo nel grande esperimento di controllo sociale che questo governo sta tentando con l’approvazione di leggi ora repressive ora palesemente autoritarie[4].
È quanto mai evidente che è necessario spostare l’attenzione sui concetti che regolano l’azione politica del governo e valutare la giusta risposta del movimento, in particolare sul piano terminologico: prioritario è far valere ed evidenziare problematicamente il contrasto stridente tra il concetto fondante di democrazia e quello esclusivo e vuoto di "meritocrazia", soprattutto quando questo principio di contrapposizione riguarda un soggetto sociale che in questa fase storica si fa carico di una trasformazione immanente, in quanto destinatario di un mutamento della suo ruolo fondamentale nel sistema produttivo e titolare di un potenziale di sovversione sistemica dello stesso processo e dell’intero sistema. Esattamente come 40 anni fa, il corpo sociale studentesco si trova nella condizione di poter delineare i lineamenti fondamentali del riassetto istituzionale, proprio perché interprete diretto di un mutamento strutturale della sua posizione funzionale all’interno della società. Il ’68 ha rappresentato l’esplosione delle contraddizioni sistemiche della condizione studentesca alle prese con la massificazione dell’università, è allora che gli studenti hanno percepito una realtà potentissima del loro tempo: la fine del ruolo funzionale delle barriere architettoniche che separavano i luoghi della formazione con il resto della società, barriere rappresentate da quei muri che sono stati oltrepassati dal movimento degli studenti per muoversi liberamente e politicamente nel tessuto produttivo metropolitano. Stesso processo di violazione dei confini fisici dei luoghi fondanti della società disciplinare è avvenuto nello stesso momento nella fabbrica, da qui l’incontro di due soggetti sociali fino ad allora distinti e in quel momento non più distinguibili in quel tessuto produttivo che in quegli anni cominciava a convertirsi verso una produzione di valore decentralizzata rispetto alla materialità dei luoghi tradizionalmente deputati allo scopo. È da questo presupposto che si può rifiutare la logica che distingue il ’68 tra operaio e studentesco e, di volta in volta, più operaio o più studentesco, dal momento che quel movimento ha ricompreso entrambe le soggettività (nella loro dimensione politicamente determinata) non più divise dalle categorie oggettivanti di una modernità già allora in crisi. Partendo da questo assunto, tenendo presente la determinazione politica di questo incontro ricomponibile nella dimensione sociale del declino, seppure esplosivo, della figura dell’operaio-massa, possiamo comprendere il superamento della dimensione ancora “unitaria” che ha caratterizzato questo primo e definitivo incontro. Lo slogan che caratterizzò il ’68, e successivamente l’autunno caldo, “operai e studenti uniti nella lotta” è oggi completamente superato nel momento in cui, oggi, diventa accettabile solo quando esso stesso presuppone il suo superamento paradigmatico: da “operai e studenti” a “operai-studenti”, o meglio “studenti-operai” nella dimensione sociale della soggettività ricomposta. Il dato che va compreso come condizione immanente alla composizione sociale attuale è che al figura dello studente è oggi compiutamente assunta e sussunta nel processo di sfruttamento capitalistico, nel momento in cui la sua capacità cognitiva diviene oggetto di valorizzazione da parte del capitale. La condizione dello studente afferisce oggi compiutamente e in maniera sostanziale a quella moltitudine operaia che rappresenta lo stato compositivo della classe nella definizione storica del post-fordismo: studenti di questa particolare generazione, che per primi vivono la prospettiva reale dello sfruttamento nella loro condizione di salariati del lavoro cognitivo. Le leggi che hanno in questi anni ridisegnato il panorama giuridico del lavoro dipendente riconvertendolo in sistema di produzione e riproduzione di precarietà si configura come l’adeguamento giuridico-formale alle nuove esigenze del capitale, in grado ora di trarre valore e profitto dal lavoro intellettuale-immateriale, che viene di conseguenza irreggimentato nel sistema del salario. È in questo contesto si delineano i caratteri di quell’integrazione sociale che lega l’operaio di fabbrica allo studente universitario, l’operatore del call-center al precario della ricerca, il contrattista a progetto al tremesista della pubblica amministrazione, non solo per un fatto di equiparazione giuridica del salario quantificato in cifre analoghe e contratti di durata e tipologia medesima, ma per quella realizzazione di classe oggi compiuta che vede il lavoro subordinato (e chi produce e riproduce valore capitalistico al di fuori del rapporto formale di lavoro) nella sua interezza e in conflitto sistemico con il capitale. Ed è da qui, da questa realizzazione, che parte potente l’istanza costituente, che nasce il nuovo potere in grado di concretizzare il mutamento: dal contropotere delle lotte si lancia la richiesta del reddito, intero e immediato, nell’osservanza del principio e istinto di riappropriazione che risuona nella post-modernità negli slogan “dateci il denaro!” e “tutto subito!”. L’offensiva al capitale si muove oggi secondo queste direttrici, formalizzatesi negli ultimi 30 anni nei bisogni emergenti dell’operaio-sociale, che diviene oggi soggetto principale e protagonista del processo di trasformazione. Quindi, sul fronte universitario: fine della logica unitaria, superamento del principio di equiparazione operai-studenti del ’68 sulla base della richiesta del salario: è negli atti lo stravolgimento dei termini relazionali tra capitale e categorie sociali oggettivate del fordismo, la battaglia è contro il lavoro, ora e subito! La rivendicazione sessantottina del “salario studentesco” viene oggi distrutta dalla questione del reddito, ed è da questo elemento che può ripartire la lotta degli studenti come motore propulsivo di una prima e grande necessaria offensiva autonoma e moltitudinaria contro capitale e istituzioni, figlia della migliore sovversione operaia del nostro tempo…
Sul piano operativo: la rinascita del conflitto in termini di processo dipendono dal grado di rottura con la continuità riformista che regola e imbriglia l’antagonismo all’interno della legalità e dei binari istituzionali: più è forte il momento di rottura e più è possibile un mutamento della dialettica delle parti sociali verso l’opposizione sociale. Nel dibattito storico si è discusso su quale fosse stato il momento di rottura che portò al ’68 come momento fondante di un processo di conflitto lungo (con le lotte degli anni ’70): in molti convergono sugli scontri di Piazza Statuto. Gli studenti dell’Onda il loro battesimo del fuoco l’hanno avuto, in quel maggio di lotta che ha visto di nuovo Torino come scenario di uno scontro sociale, dove studenti, precari e giovani proletari hanno ricevuto il plauso e la solidarietà di chi, per una questione d’età, quei giorni non c’era. L’Onda sola ha prodotto il vero e giusto conflitto nella crisi, ed è nell’autunno della crisi che deve trovare la forza di ripetersi, puntando alla rottura generale e allo stravolgimento complessivo degli schemi dialettici istituzionali. Solo in questo modo l’Onda può vincere la sua battaglia contro la riforma, saldando le sorti della sua lotta con un’offensiva sistematica e generalizzata in grado di spostare l’attenzione verso l’interezza delle politiche pubbliche del governo della crisi. Attraversare criticamente e scompostamente i cortei sindacali, per sovvertirne la piattaforma confederale e catalizzare la rabbia sociale verso il conflitto reale, sembra configurarsi come lo strumento più efficace per perseguire oggi questo obiettivo. È solo a Roma diciamo noi, nel cuore pulsante e materiale del potere politico, che può avvenire la rottura, che può verificarsi il conflitto costituente, che può generalizzarsi e concretizzarsi lo scontro con le istituzioni di chi non vuole pagare la crisi. Per una lotta che porti alla vittoria, per un'altra accelerazione, per una nuova stagione.
MM
Note:
[1] Vedi articolo "Torino, 19 maggio 2009: inizio di una nuova fase costituente del movimento?" del 23 maggio
[2] Testo completo del ddl
[3] Su questo si faccia riferimento ai lavori della Rete per l'Autoformazione e al percorso per l'autoriforma. Caratteri fondamentali di queste esperienze sono sintetizzati in questo documento di "Sapienza per l'autoriforma"
[4] Vedi articolo "Crisi, razzismo, repressione: caratteri dell'offensiva autoritaria in Italia" del 26 maggio






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