giovedì 28 maggio 2009

Roma 30 maggio - Manifestazione globale contro il G8 dei ministri degli Interni

Il 28, 29 e 30 maggio, i ministri dell’interno e dalla giustizia dei paesi del G8 si riuniranno a Roma per uno degli incontri preparatori del G8 che si terrà a L’Aquila nel mese di luglio. A presiedere l’incontro saranno il Ministro dell’Interno Maroni ed il Ministro della Giustizia Alfano, i due firmatari del pacchetto sicurezza.

I nodi chiave della riunione saranno i temi dell’immigrazione e della sicurezza urbana, che per la prima volta diventa terreno di discussione in un vertice.
Sicurezza ed immigrazione, considerati dagli otto grandi "fattori destabilizzanti", sicurezza ed immigrazione fulcro e volano delle politiche razziste del governo in carica: dal pacchetto sicurezza ai respingimenti alla frontiera.

Da Roma l’appello delle realtà migranti, dei movimenti, per costruire due giornate di azione decentrata il 28 e 29 maggio e la manifestazione globale del 30 maggio che partirà da Porta Maggiore.
Per contestare le politiche razziste e liberticide del governo del mondo, laddove il razzismo non guarda solo al colore della pelle, ma vuole colpire trasversalmente tutt* coloro che reclamano diritti, reddito, casa, cittadinanza, libertà di movimento.

Contro il pacchetto sicurezza e le leggi razziste
Per la chiusura dei CIE in Italia, in Europa e in tutto il mediterraneo
L’unica sicurezza che vogliamo è la libertà
Contro frontiere e muri, per la libertà di movimento
Siamo tutt* clandestin*, la cittadinanza che vogliamo è globale

Giovedì 28 e Venerdì 29, Giornate di azioni decentrate

Sabato 30, Manifestazione globale contro il G8
Roma - Porta Maggiore, ore 15.00

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martedì 26 maggio 2009

Crisi, razzismo, repressione: caratteri dell'offensiva autoritaria in Italia

L’Italia vista da fuori: leggi razziste/ali, violazione dei diritti umani dei migranti, militarizzazione del territorio, ronde, e insieme restrizioni del diritto di sciopero e di manifestare… Dove va l’Italia? È ormai evidente che la crisi ha messo in rilievo qualcosa che prima era solo percepibile e non verificabile. La crisi del capitale globale in Italia ha svolto un ruolo catalizzatore di questo “nuovo corso” politico, allo stato d’emergenza permanente (l’ordinaria alimentazione di “tensione securitaria” che è trasversale a tutti i governi e costituzionale dei regimi democratico-rappresentativi occidentali) è stato affiancato uno stato d’emergenza straordinario, attraverso il quale diffondere sempre più “insicurezza” (termine politico-destroide per dire paura, alimentata e costruita dai media) utile a legittimare leggi autoritarie e provvedimenti repressivi. Il cosiddetto “Pacchetto Sicurezza” (curioso acronimo, “PS”…) si configura come il più imponente esperimento normativo di restrizione delle libertà democratiche della storia di questo paese...
A differenza delle leggi speciali e di emergenza utilizzate per fronteggiare il problema specifico dell’emergenza terrorismo e con essa la capacità offensiva sul piano politico-sociale della sinistra extraparlamentare negli anni ’70 (vedi Legge Reale prima e Cossiga poi), questa legge si configura come costituzionalmente liberticida, ossia disegna un quadro repressivo su larga scala senza un obiettivo socialmente determinato. Si tratta di una prova di normalizzazione sociale, un tentativo estremo (per una democrazia formalmente liberale ed europea) di modellare la società, non nella dimensione della assegnazione imperativa di valori dello schema eastoniano integrato nei sistemi rappresentativi, ma in quella di un potere che ricostituisce le basi della società civile in maniera autoritaria secondo un principio ideologico. Naturalmente il Leviatano per farsi concedere i nuovi poteri ha bisogno di un nuovo nemico, dal cui pericolo possa spingere i sudditi a rinunciare alle loro libertà in cambio della protezione necessaria alla loro sicurezza: il nemico è all’esterno, è oltre frontiera, il migrante. Non uomo, bensì extracomunitario o clandestino: lo Stato identifica i migranti secondo un rapporto giuridico e non sotto un profilo sociale. Il risultato è la legittimazione alla costituzione di lager legali (intesi nella loro funzione di campi di concentramento coatto), i CIE (centri di identificazione e di espulsione) al cui interno la nuova legge permette di poter trattenere forzatamente 180 giorni e l’introduzione del reato (penale) di clandestinità con l’obbligo di denuncia all’autorità giudiziaria (il vecchio sistema della delazione forzata), ora con l’esclusione dall’obbligo per medici e presidi scolastici. È interessante notare come questa deroga sia stata voluta da settori della destra post-fascista… è il caso di introdurre una valutazione sulla contingenza politica istituzionale: con questa legge finisce il “berlusconismo”, inteso come il processo politico che ha caratterizzato la vita pubblica italiana negli ultimi 15 anni. La costante del berlusconismo è stata la forzatura legislativa atta a neutralizzare le questioni giudiziarie dell’attuale presidente del Consiglio. Protagonista di questa fase è stato l’entourage forzista legato alle sorti del suo leader carismatico, l’avallo di forze esterne come la destra post-fascista, quella separatista-identitaria padana e le restanti componenti partitiche della Democrazia Cristiana, è stato dettato dalla necessità di una loro garanzia rappresentativa nella fase politica della fine delle ideologie e del “pigliatuttismo” di cui Berlusconi si è fatto interprete fondamentale non solo a livello nazionale ma anche internazionale e storico. La fusione della destra con il partito berlusconiano nel nuovo contenitore partitico comporta evidentemente un cambio di rotta dove la centralità del partito di massa maggioritario è evidentemente condivisa tra le due componenti principali, e la destra in questo processo acquisisce sicuramente preponderanza dal momento che si trova in una posizione di vantaggio politico-culturale sull’ex-alleato e nuovo compagno di partito, ancorato alla figura del capo e coeso intorno ad esso. Parallelamente è la destra padana che, in quanto espressione di unico partito esterno alleato per la vittoria elettorale, si vede aumentare notevolmente il suo potenziale ricattatorio e quindi la possibilità di esigere. Berlusconi oggi è interprete e non autore della politica nazionale della destra al potere, e le politiche pubbliche attuali sono l’espressione di una sintesi (come abbiamo visto non sempre lineare) delle posizioni delle uniche due reali culture politiche esistenti in ambito governativo (essendosi autoesclusa la componente democristiana, il che rappresenta anch’esso un sintomo politico del processo suesposto. Oggi le politiche infami sull’immigrazione sono l’espressione della xenofobia della Lega e del razzismo costituzionale della destra nazionalista, e Berlusconi ne è l’interprete pubblico sulla piazza nazionale e internazionale. Ed è tanto forte questa istanza politica del governo che la “linea dura” sull’immigrazione arriva a spingersi alla violazione dei diritti umani sanciti dalla Convenzione di Ginevra in materia di diritto d’asilo, escluso a priori con l’infame respingimento delle navi di disperati in fuga da situazioni di estrema povertà e conflitti armati. E l’aspetto più interessante di questo fatto politico non è l’azione repressiva in sé (tragica e infame come testimoniato dagli stessi militari delle motovedette italiane che hanno eseguito materialmente gli ordini [1]) ma la rivendicazione della sua piena legittimità di fronte all’opinione pubblica e agli organi politici internazionali: alle richieste di sospensione dei respingimenti dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati il ministro della Difesa La Russa ha definito l’Unhcr “un organismo che non conta nulla” (confermando indirettamente che la permanenza nei centri CIE è brutale per cui è sicuramente più “umano” rimandare indietro questi poveri disgraziati da dove sono venuti) e il capogruppo del principale partito di governo ha risposto riproponendo il tradizionale motto fascista del “me ne frego” [2]. Ma più rilevanti sono le dichiarazioni del presidente del Consiglio, che giunge ai proclami contro l’”Italia multietnica” (negando un fatto storico e favorendo la retorica xenofoba che ha costretto la debole funzione di garanzia costituzionale impersonata dal Presidente della Repubblica a prendere posizione insieme alla CEI [3]) dichiarando che “nessuno sui barconi ha diritto di asilo” (ignorando evidentemente le norme elementari non solo del diritto internazionali ma evidentemente anche i più comuni istituiti di diritto civile che vietano da parte di chiunque una presunzione di malafede sulla condotta di chiunque) e risponde all’ONU con toni di contrasto che, con le dovute differenze, possono trovare un precedente solo con Mussolini e la Società delle Nazioni sulla questione etiope. La situazione italiana resta un unicum sulla condotta dei governi europei in tempo di crisi, e non sorprende che certe politiche finiscano per essere oggetto di apologia da parte di formazioni neofasciste e neonaziste sparse in Europa (vedi il recente caso greco [4]). Un laboratorio di repressione quindi, dove si sperimentano soluzioni legalitarie e forzature autoritarie. Del resto chi governa oggi sono le stesse persone che hanno represso nel sangue il G8 genovese prendendosi la responsabilità di quella che Amnesty International ha definito la più grave sospensione dei diritti umani in occidente dopo la seconda guerra mondiale. Questo rimando ci preoccupa non poco, non solo perché costituisce un precedente di queste forze politiche sulla loro capacità di violare coscientemente le norme costituzionali in termini di diritti umani e civili, ma perché alla luce di una nuova impostazione repressiva ,determinata per mezzo di legiferazione ordinaria per procedura ma straordinaria per contenuti, ci mette in guardia su scenari addirittura imprevedibili del prossimo G8 aquilano… Da qui ci ricolleghiamo ad un nodo centrale di questo processo politico: il razzismo di Stato si configura come elemento diversivo per la creazione di leggi repressive, ma l’obiettivo reale di queste si sviluppa sul piano dei diritti e del conflitto. È fondamentale assumere il dato che vede l’emergenza securitaria funzionale all’introduzione di norme liberticide dei diritti individuali, collettivi e sociali. L’approvazione del pacchetto sicurezza (e degli altri provvedimenti legati all’ordine pubblico) ha permesso la creazione di strumenti di controllo che mirano all’assorbimento e l’inibizione del conflitto sociale in tutte le sue forme. Vogliamo parlare di repressione “multi-piano” perché le situazioni affrontate sono le più molteplici e riconducono la dialettica penale anche a settori per loro natura slegati da questo vincolo. Si parla di ronde (con espressa preferenza di coordinamento di personale militare e pubblici ufficiali a riposo, un fattore che ci spinge a definire queste come “nuovi freikorps”), militarizzazione reale del territorio (militari nelle strade con prospettive di proroghe infinite della loro presenza in ausilio alle forze dell’ordine e libertà per i sindaci di posizionare telecamere ovunque), attacco al diritto di sciopero (revisione delle regole a base di precettazioni facili e forme di sciopero “virtuale”), ridimensionamento attivo (a suon di protocolli e manganello) del diritto a manifestare (senza contare che tutti i cortei per la prima volta saranno videoregistrati da agenti di PS addetti per facilitare identificazioni e denunce), la stretta sulla libertà di associazione autogestita (chiusura progressiva degli spazi sociali del movimento di comune accordo con gli enti locali schierati), il ritorno dell’infame reato di “oltraggio a pubblico ufficiale” e, per la prima volta, provvedimenti per la repressione della libertà di espressione sui mezzi di comunicazione informatici e telematici (vedi articoli proposti nel pacchetto sicurezza sulla “repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet” valida anche per l’istigazione alla disobbedienza alle leggi dello Stato e il pionieristico tentativo di abolizione dell’anonimato su internet del dl Carlucci). Quello che si verifica è appunto è un piano di repressione a più livelli, che colpisce gli aspetti materiali e immateriali della libertà di pensiero e di espressione nel tentativo di codificare un modello comportamentale irreggimentato e socialmente innocuo. Ed è un dato importante è quello che vede questo processo legato al momento della crisi, che accelera la produzione di provvedimenti che vedono contestualmente alle leggi liberticide anche la distruzione del CCNL e il peggioramento delle condizioni contrattuali generali con la prospettiva di vedere presto una controriforma sulle pensioni (terreno ora agibile grazie alla neutralizzazione del sindacato).
Tutto è in gioco, la destabilizzazione sociale provocata dalla crisi sta accelerando i movimenti delle forze di governo e sta aprendo le porte al grande disegno politico che la destra nazionale (dal neofascismo alla P2) ha accarezzato per 30 anni: il fascismo “democratico” e legalitario, attuato tramite una marcia si Roma giuridica e non militare, ben delineata non solo dal quadro complessivo delle politiche pubbliche prodotte da questo governo, ma dalle volontà presidenziali di maggiori poteri e annichilimento del Parlamento attraverso proposte di legge di iniziativa popolare… [5])
Il movimento è a un bivio: accettare la situazione e optare per un processo di pratiche resistenziali (necessarie ma da sole improduttive) o rilanciare l’opposizione sociale forzando gli spazi politici ancora tutelati dal vincolo istituzionale, anche alla luce del fatto che il movimento stesso si configura come l’ultima soggettività in campo capace di produrre un’opposizione politico-sociale reale (vista la neutralizzazione delle forze riformiste del centrosinistra e l’uscita di scena dei partiti comunisti parlamentari). Accendere il conflitto, impegnare la macchina statale della repressione nel disordine sociale per rallentare e arrestare l’avanzata del regime, divenire punto critico.
Prima della resistenza, potrebbe essere utile sperimentare una grande contro-offensiva, sull’onda (è il caso di dirlo) della grande giornata di lotta e conflitto degli studenti contro il G8 dell’università a Torino. Il prossimo appuntamento è quello del 30 maggio del corteo nazionale contro il G8 su immigrazione e sicurezza organizzato a Roma proprio con lo scopo di coordinare la repressione in tempo di crisi su scala globale. Invitiamo tutti a partecipare con determinazione.



MM

Note:
[1] "Ho eseguito gli ordini ma mi vergogno Quei disperati ci chiedevano aiuto"
[2] Immigrati: Gasparri, accuse UNCHR? Per dirla con La Russa 'ce ne freghiamo'
[3] Ddl sicurezza, via libera della Camera tra le polemiche. Monito di Napolitano: «Troppa retorica xenofoba», Maroni: via 240 clandestini. La Cei: ''L'Italia è multietnica''
[4] Atene: 350 neonazisti e razzisti manifestano contro i migranti e inneggiano a Maroni
[5] Berlusconi: Parlamento pletorico: sì a iniziativa popolare

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sabato 23 maggio 2009

Torino, 19 maggio 2009: inizio di una nuova fase costituente del movimento?

Un breve commento sulle giornate di mobilitazione contro il G8 dell’università. Il movimento dell’Onda si è dimostrato più “anomalo” che mai, rompendo definitivamente la continuità storica dei movimenti studenteschi degli ultimi tre decenni dominata da una dialettica politica di pax sociale. Abbiamo assistito ad un vero salto di qualità in termini politici, di pratica e contenuti. La tre giorni del contro-G8 si è rivelata altamente produttiva, il movimento è stato in grado di forzare gli equilibri che regolavano il rapporto tra Stato e studenti mettendoli in crisi, mettendo in campo nuovi rapporti di forza in grado di superare qualitativamente la pratica del sabotaggio diffuso (blocco della circolazione metropolitana) in favore di un confronto materiale, cosciente e diretto con le istituzioni del controllo e contenimento (le forze di Pubblica Sicurezza). Abbiamo verificato due cose molto importanti, perché finalmente sperimentate e non solo teorizzate:
la prima, che il confronto materiale con le istituzioni (sotto un profilo concreto e simbolico) massimizza il risultato politico dei momenti di mobilitazione, garantendo ad essi la giusta rilevanza sociale grazie al conflitto che sono in grado di produrre (e questo processo è valutabile in particolare in termini di comunicazione politica e rilevanza mediatica, nazionale e internazionale [1], su cui si muove la maggior parte dei rapporti politici di massa dei paesi occidentali), la seconda, che il movimento è in grado di utilizzare questi strumenti nel migliore dei modi, con efficienza e con forze materiali adeguate. Riteniamo che lo scorso 19 a Torino sia nato qualcosa di importante, una soggettività politica che ha trovato nella cosiddetta “Onda lunga” o “Onda di lunga durata” (la seconda fase del movimento dopo l’autunno) un terreno concreto per il suo sviluppo. Un soggetto nuovo, autonomo, generazionale, in grado di raccogliere la sfida del conflitto della post-modernità, capace di farsi potere reale e costituente di un nuovo assetto politico e sociale complessivo, globale, sistemico e rivoluzionario. Avanziamo l’ipotesi: per noi la rivolta di Torino, nella sua forma, cosciente, organizzata e di massa, rappresenta l’inizio di una nuova fase costituente del movimento, non solo studentesco. Percezioni, le nostre, che sono state condivise con tantissimi compagni, non solo studenti, ma anche lavoratori che hanno espresso la loro vicinanza, solidarietà e sostegno ai ragazzi dell’Onda, che si configurano oggi come unico soggetto sociale in grado di manifestare il conflitto reale contro la crisi. Chi non ha gradito ed elogiato la determinazione di tutti i compagni che martedì erano a Torino a lottare sono le istituzioni borghesi “progressiste” e i vari residuati bellici del ‘900 (primo novecento…) che con la loro levata di scudi tentano invano di difendere lo status-quo di una rappresentanza ormai solo formale della sinistra italiana. Penoso ed emblematico il caso “Manifesto” che con delle scuse improbabili (ritardi di presentazione del materiale, slittamenti ecc… Anche fosse, il tutto non vale una telefonata?) ha tentato di evitare la pubblicazione di un articolo della rete Uniriot [2] preferendo insabbiare la cosa dopo aver liquidato il caso Torino con un articolo censorio degno del miglior armamentario solonico intelletual-chic della sinistra “radicale”. La risposta stizzita e la pubblicazione del pezzo in zona Cesarini sulla versione online [3] è una sorta di autodenuncia che segna la rottura definitiva tra il giornalismo opportunista e i movimenti sociali reali del presente [4]. Per concludere, all’insostenibile verticismo aziendalistico della governance universitaria globale il corpo vivo dell’università ha saputo rispondere con la giusta violenza, figlia del conflitto che vive tra i corpi sociali e la crisi. Siamo convinti che il movimento saprà capitalizzare (brutto termine ma utile) l’esperienza di Torino per i prossimi mesi, per il prossimo autunno, perché possa nascere una nuova grande stagione di lotte che sappia incidere sul presente come non mai. Non è stato un fuoco di paglia, lo abbiamo dimostrato…

MM



Note:
[1] Rassegna stampa nazionale,
Rassegna stampa internazionale (parziale)
[2] Vedi Uniriot: link
[3] Articolo su Il Manifesto online
[4] La replica di Infoaut

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mercoledì 13 maggio 2009

CONTRO IL G8 DELL'UNIVERSITA'!

Riportiamo il comunicato della Rete contro il G8 invitando tutti gli studenti a partecipare alla manifestazione nazionale contro il G8 sull'università del 19 maggio a Torino (concentramento a Palazzo Nuovo, ore 10:30). Info: ondanog8.blog

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CONTRO L’INSOSTENIBILE G8 DELL’UNIVERSITA’

Il 17 18 e 19 maggio si terrà a Torino il G8 University Summit, a cui parteciperanno i rettori ed i presidenti degli atenei degli stati membri del G8, insieme a quelli di molti altri paesi del mondo.
L’incontro, promosso dalla CRUI, si propone come interlocutore diretto dei capi di governo e di stato che si riunirà in Sardegna (o probabilmente a L’Aquila) quest’estate ed ha l’obiettivo di consigliare i “grandi del mondo” sui problemi dell’umanità e del pianeta, confidando sul presunto carattere “neutrale e oggettivo” del sapere prodotto dalle università.
Sappiamo tutti come il G8 abbia rappresentato nel corso dei decenni un’istituzione cardine dell’ordine neoliberista oggi evidentemente in crisi. Non ci sembra quindi credibile che a proporre soluzioni per arginare gli effetti della crisi in atto siano gli stessi soggetti che l’hanno prodotta e a doverne subire i costi sociali ed economici, sempre più insostenibili, siano invece proprio coloro (studenti, lavoratori, movimenti in difesa del territorio e dei beni comuni) che restano esclusi dai processi decisionali.
Il G8 universitario si presenta come diretto interlocutore dei capi di governo e di stato, mirando ad affermare un modello di università che risponde a specifiche esigenze di mercato e di profitto. L’ottica oramai consolidata, avviata già dal processo di Bologna, è quella che seleziona nell’offerta didattica solamente i saperi spendibili dalle imprese; ne è diretta conseguenza un impoverimento della formazione e della ricerca a discapito di chi attraversa l’università.
E’ la stessa forma di mercificazione che si applica a tutti i “beni comuni”, dal territorio ai servizi, la stessa espropriazione che l’attuale modello di sviluppo continua a perpetrare imponendo privatizzazioni e grandi opere ai danni di chi realmente produce la ricchezza sociale.
La critica ai processi di trasformazione che investono l’università vuole partire da un discorso sulla crisi globale considerando come i governi ne scarichino le responsabilità dirottando gli effetti. Crediamo che questa critica riguardi tutti coloro che pagano i costi di questa crisi e non si riconoscono negli interessi dei suoi responsabili.
Con questo appello vi invitiamo a partecipare alla tre giorni di mobilitazione, che culminerà il 19 maggio in una manifestazione nazionale che, come studenti dell’Onda, stiamo costruendo assieme a tutte le realtà dell’università, della scuola, del mondo del lavoro ed a chi, come i No Tav, i No dal Molin e il movimento antinucleare, difende il proprio territorio dalle nocività.


CONTRO IL G8 DELL’UNIVERSITA’,
L’ONDA NON VI SOSTIENE, VI TRAVOLGE!

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martedì 12 maggio 2009

La polizia contro gli studenti medi: prove generali di repressione in vista del G8 sull’università

Lo Stato è riuscito a far passare sotto silenzio le cariche agli studenti universitari di Palermo di sabato scorso, ma oggi di fronte al sangue e le teste rotte di ragazzi giovanissimi non è riuscito a tenere nascosta l’ennesima azione di repressione violenta e criminale del movimento degli studenti. Oggi a Firenze in via Colonna la celere ha brutalmente caricato un corteo di studenti medi pacifico, ferendone seriamente due e fermandone 10. Per la carica uno schema vecchio e banale, la solita provocazione di un poliziotto in borghese e da lì il pretesto per reprimere e disperdere il corteo a suon manganellate. Ne abbiamo viste parecchie, anche in questi mesi del movimento dell’Onda, quello che ci sentiamo di dire è che pestare degli studenti disarmati di nemmeno 18 anni è da criminali, vigliacchi e infami… Naturalmente a livello politico questo è un segnale: lo Stato comunica che non vuole grane nel pieno della crisi economica, ha lasciato fare nel 2008 quando tutto era ancora sulla carta, oggi che realmente si cominciano a sentire gli effetti della recessione non c’è spazio per il dissenso e per qualsiasi evento che alimenti l’instabilità sociale. Le cariche di oggi sembrano un avvertimento: al G8 di Torino non si faranno sconti. Vogliono convincere gli studenti a non muoversi, alimentano uno stato di tensione come deterrente, comunicano che ad esercitare il proprio diritto a manifestare si corrono dei rischi… La democrazia insomma non esiste più nemmeno come termine formale del linguaggio politico italiano, il governo getta la maschera. Del resto sono i giorni delle navi dei migranti respinte, i giorni della violazione dei diritti umani, i giorni del razzismo del potere in pubblica piazza e della riabilitazione del fascismo. È un caso che ad Atene i neonazisti inneggino all’Italia e al nostro ministro dell’Interno? No, non è un caso, è la logica conseguenza di un disegno politico per affrontare la crisi in maniera autoritaria, dove l’unica dialettica politica nella piazza sarà quella della violenza e della repressione. “Ricordatevi di Genova, siamo sempre noi, avete visto dove siamo in grado di spingerci” sembrano dirci le immagini di oggi, gli allenamenti per Torino e il nuovo G8 a l’Aquila…
La piena solidarietà ai giovani di Firenze, e un appello a tutti gli studenti di questo paese a resistere e a reagire alla violenza criminale dello Stato, perché la giornata di oggi non scoraggi e sia un motivo in più per mobilitarsi il 19. MM

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domenica 10 maggio 2009

1° maggio: niente da festeggiare – Note polemiche sulla celebrazione della festa dei lavoratori

Un breve commento, polemico come da titolo, sulla squallida liturgia “primomaggesca” che ogni anno puntualmente si ripete e che oltraggia le origini di una festa che affonda le radici nella lotta di classe(1). Innanzitutto un dato: in varie capitali europee e non, la giornata del 1° maggio è stata l’occasione per confrontarsi con le forze del controllo sociale e della repressione(2), e quindi, mentre a Berlino, Amburgo, Atene, Salonicco e Istanbul le strade erano teatro di scontri, in Italia si festeggiava la crisi…
La crisi e il valore progressivo del lavoro, del sacrificio, che i sindacati da tempo sono dediti a professare, per soffocare risentimenti, odio e focolai di conflitto. Gli sciacalli confederali celebrano la loro festa istituzionale, un’autocelebrazione, in bella mostra di fronte ai terremotati, con la loro sporca faccia falsa, con il loro vecchio linguaggio retorico di parole vuote, che parlano di “diritto al lavoro” intendendo nei fatti diritto allo sfruttamento… Non intendiamo commentare il comizio aquilano, abbiamo sinceramente meglio da fare che sprecare tempo ad evidenziare le infinite contraddizioni di un sindacato vecchio, ridotto a cinghia di trasmissione della crescita sul fronte della rappresentanza corporativa dei lavoratori, vorremmo dare uno sguardo complessivo su quello che rappresenta realmente il 1° maggio. Ci chiediamo: ha ancora senso “festeggiare” il lavoro? E soprattutto, c’è ancora qualcosa da festeggiare? Riteniamo che una risposta negativa sia appropriata per entrambi i quesiti. Il primo, perché siamo convinti che l’unica cosa che i lavoratori dovrebbero realmente festeggiare è la distruzione del lavoro, quando ancora, fino ad oggi, sono loro ad essere distrutti dal lavoro: si continua a morire DI lavoro (e non sul lavoro, come dicono padroni e giornalisti dando ad intendere la fatalità del caso), perché il lavoro uccide, e allo Stato e ai sindacati basta ricordare le “morti bianche” fugacemente il 1° maggio per pulirsi la coscienza, e noi appunto ci chiediamo cosa ci sia da festeggiare quando dal 1° gennaio di quest’anno non sono tornati a casa dalla fatica giornaliera centinaia di persone (l’anno scorso 1.140, un dato che il ministro Sacconi ha avuto il coraggio di definire “incoraggiante”…). Del resto lo sappiamo, sono lacrime di coccodrillo quelle di Napolitano (ricordiamolo, fu “comunista”, virgolettato d’obbligo per ogni vecchio pci) e quelle di Epifani (Bonanni e Angeletti ormai non hanno bisogno nemmeno più di fingere, ormai la “scelta di campo” li solleva da ogni obbligo morale alle sceneggiate), entrambi sanno benissimo che queste morti, questo omicidi sono il prezzo da pagare per lo sviluppo, il tragico gioco dei numeri necessario (e logico) del sistema produttivo, e quindi di sfruttamento, che si traduce in ritmi, orari, mansioni che consumano la vita e che talvolta la spezzano. Ma c’è qualcos’altro da festeggiare oltre ad un sistema di sfruttamento e ai padroni assassini (per il bene di tutti, s’intende…)? E passiamo alla seconda domanda: la cosa paradossale è che questo primo maggio capita durante la più grave crisi economica dal famoso ’29, c’è un esercito di cassintegrati e una prospettiva di disoccupazione di massa, e nessuno ne fa parola… E sempre il solito discorso, il sindacato controlla il conflitto sociale e la Confindustria ringrazia, e in questo caso lo controlla non parlandone, facendo finta di niente. Altro tema grande assente delle celebrazioni istituzionali è stato quello della precarietà, un argomento spinoso che il sindacato ha preferito non affrontare ovviando al problema regalando “circenses” alla gioventù per farli stare buoni e per accaparrarsi facili consensi col tradizionale concertone a p.za San Giovanni, un appuntamento dato per politicamente schierato che di rosso aveva solo il cognome della guest-star di quest’anno (e ci riferiamo a Vasco Rossi e non al compianto Stefano Rosso, scomparso lo scorso anno, che ricordiamo con affetto). Anche lì, gli stessi slogan vuoti del comizio aquilano (come Danilo Sacco dei Nomadi che in versione Che Guevara incita le folle con appelli al “diritto al lavoro”, tanto a lui che gliene frega, fa il cantante!) e tanti appelli patetici a facili sentimenti. Che dire, un copione consueto, del resto negli ultimi anni il concerto del 1° maggio è stato teatro di altre brutte pagine della “musica impegnata”, come quella dei Modena City Ramblers che all’appuntamento del 2007 cambiarono le parole a “Contessa” di Pietrangeli senza il consenso dell’autore e presentarono ufficialmente il loro “manifesto post”, “Mia dolce rivoluzionaria” (una canzone che riteniamo con un fondo marcatamente sessista che non fa che dimostrare quanto la loro appartenenza politica per i MCR era più un fatto di slogan che altro, come molti “compagni” targati PCI del resto) che nei concerti avrebbe preso progressivamente il posto della famosa canzone di lotta a cui devono moltissimo del loro successo. Questo paese ci consegna uno scenario deprimente, la cui unica nota di dissenso viene dai compagni che hanno sfilato in corteo nelle mayday organizzate nelle varie città reclamando reddito, che rappresentano il corpo vivo della società e la forza costituente per cambiare questo stato di cose. Convinti però che neanche questo basti, lanciamo un appello per organizzare il sabotaggio attivo delle future celebrazioni istituzionali del 1° maggio, in nome del rifiuto del lavoro della precarietà e dell’autonomia delle lotte, perché non esistono spazi politici separati e la parola bisogna predersela, senza aspettare che qualcuno la conceda.

MM




Note:

1. Per approfondire vedi Rivolta di Haymarket Square, 4 maggio 1886 a Chicago
2. Articoli sugli scontri: http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE54103N20090502
http://www.ansa.it/site/notizie/awnplus/mondo/news/2009-05-01_101290451.html
http://www.rainews24.rai.it/notizia.asp?newsid=116911
http://roma.indymedia.org/node/9771

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martedì 5 maggio 2009

Che 100 fogli sboccino! Nasce Marxismo Militante, il foglio agitato nei cieli della rete

Marxismo, pensiero politico, dottrina, filosofia (politica e non), ottica complessiva e critica della realtà. Marxismo vivo, vivace, creativo, attuale, cogente, reattivo, veemente, fattivo… In una parola: militante!

Marxismo Militante, un foglio elettronico di agitazione politica, un libero spazio di informazione, un luogo di critica e analisi politica, di ricerca teorica e di approfondimento.

Un Blogsite in movimento, al servizio del movimento, per il movimento.

Cosa troverete: Marx, eresie, ricerche, scoperte, ipotesi, teorie, immaginazione, immaginario, spazi liberati, tempo liberato, autonomia, cultura, masse, classe, moltitudini, poteri costituenti, rivoluzione e rifiuto del lavoro.

Cosa NON troverete: ortodossie marxiste-leniniste, intellettualismi incomprensibili, apologie stataliste, culto della personalità, “padri del socialismo” e nostalgie veterosovietiche.

Marxismo Militante, tutto ciò di cui avevi bisogno…

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