La situazione a oggi, 22 giugno, è quella di un Iran in balia di forti scosse sociali ed instabilità interna, con centinaia di feriti, arrestati e 10 morti sicuri (ma potrebbero essere di più) sul tappeto. Un tappeto persiano impregnato di sangue steso sulle strade di Teheran. Da dove ha origine questa rivolta sociale che fa degenerare in scontri immensi cortei e manifestazioni spontanee? È davvero solo una reazione politica ad un risultato elettorale o c’è qualcosa di più?Riteniamo ci sia molta carne al fuoco e riuscire a prendere una netta posizione è difficile dal momento che risulta arduo riuscire a distinguere nettamente le forze in campo. Di sicuri ci sono gli schieramenti elettorali di Mahmud Ahmadinejad e di Hossein Mussavi: il primo formalmente vincente con ampio margine di vantaggio sul secondo, che contesta la validità delle elezioni denunciando brogli e fomentando la protesta. Una bega legale sulla correttezza delle istituzioni? I fatti ci dimostrano il contrario. In questi giorni complottismo e dietrologia hanno preso piede sull’analisi dei fatti iraniani, producendo la politicamente ambigua teoria della “rivoluzione verde”, ossia un esperimento collaudato degli Stati Uniti di rovesciare con un colpo di Stato soft il regime legittimato dal voto popolare, l’ennesima “rivoluzione colorata”. A parte il fatto di contestare la definizione di questa nuova presunta maxi-operazione di sabotaggio internazionale che si vedrebbe confusa con una Rivoluzione verde che si è già verificata (vedi la Libia di Gheddafi), ci sentiamo di rigettare totalmente questa ipotesi per due ragioni fondamentali: la prima, perché Mousavi non è certo un politico di primo pelo, già primo ministro iraniano negli anni della costruzione della Repubblica Islamica dall’81 all’89, e quindi non si configura davvero come un “homo novus” manovrato dagli Usa pronto a traghettare l’Iran nel bacino d’influenza americano, per lo meno non senza qualcosa in cambio. La seconda perché non stiamo parlando di ex-satelliti sovietici pronti a svendere la loro autonomia nazionale al miglior offerente per un piatto di lenticchie, qui non stiamo parlando della Georgia o del Kirghizistan, ma di un paese con uno spirito nazionalista tradizionalmente forte e radicato che ha alle spalle una storia di rivoluzioni e democrazia formale, un parallelo con le istituzioni politiche congelate delle repubbliche dell’ex-Urss è semplicemente impossibile. Non siamo ingenui, è evidente che la Casa Bianca ha tutto l’interesse a sostenere un cambiamento di rotta dalla politica degli eccessi di Ahmadinejad, soprattutto oggi che sembra cruciale una normalizzazione del medioriente di fronte allo scenario di crisi economica internazionale che si è dato negli ultimi mesi. Sarebbe da stupidi pensare che lo stesso Mousavi non abbia ricevuto l’”attenzione” del governo degli Stati Uniti, e che gli stessi non siano comunque implicati nel processo di destabilizzazione sociale che si sta verificando in questi giorni (vedasi l’interesse di movimenti come Otpor, professionisti del campo delle “rivoluzioni morbide”, che pubblica i suoi pamphlet in arabo e immaginabili flussi di denaro dalla Freedom House, che in passato sono arrivati in tutti i luoghi “caldi” per appoggiare ribaltamenti di regimi ostili al “mondo libero”), ma analizzando la composizione e la consistenza sociale delle mobilitazioni ci si può facilmente rendere conto di come questo movimento sociale non sia il frutto di un’operazione professionistica di scaltra politica internazionale volta a ribaltare i risultati delle elezioni (attendibili o meno che siano) ma si configura come una risposta di massa alle stesse fondamenta dello Stato islamico. I giovani sono i protagonisti di questa mobilitazione, l’Iran stesso è un paese giovane con l’età media di 27 anni della sua popolazione di 66 milioni di persone, la rivolta è generazionale, una generazione nata dopo la rivoluzione del ’79 e che sta minando la riproduzione storica dei valori legati alla cultura confessionale. Giovani, proletari e non, è evidente che protagonista di questo processo sia anche la borghesia urbana, ma sarebbe ridicolo (e antimarxista) non pensare alla borghesia e al suo interesse capitalistico come ad una forza progressiva nell’evoluzione storica di un paese a regime teocratico.
Alcuni “marxisti” (a questo punto sedicenti tali) in questi giorni per valorizzare le tesi che inquadrano questi eventi esclusivamente da un punto di vista geopolitico (che abbiamo constatato il più delle volte alquanto discutibile) hanno difeso le ragioni popolari della popolazione periferica, rurale e contadina contro quelli a dir loro borghesi e filo-occidentali della cittadinanza urbana e metropolitana… Ci suona strana e stonata questa valutazione, c’è gente che prima di ripensare Marx dovrebbe prendersi la briga di rileggere Marx dal momento che anche il più classico dogmatismo marxista (che è comunque anch’essa una “mala-lettura”) riporta la tesi della classe contadina come una classe tendenzialmente e storicamente reazionaria. Non è per essere dogmatici, sappiamo come nella storia i contadini abbiano rappresentato spesso un bacino di forze rivoluzionarie (basti pensare alle esperienze messicane passate e recenti, o all’esperienza del comunismo cinese), ma il caso dell’Iran ci illustra una popolazione rurale strettamente legata al clericalismo e alla conservazione della natura confessionale dello Stato. Su questo punto vorremmo soffermarci anche sul supposto “dovere” di riconoscere il voto popolare (e quindi la sua presunta volontà) dei cittadini iraniani. Anche questa posizione ci sembra inaccettabile, in primis perché il risultato elettorale non è certo ed è oggetto di contestazione, secondo perché non capiamo per quale motivo dovrebbero essere i marxisti a dover chinare il capo di fronte al voto popolare quando, come dicono molti di questi signori, sono proprio gli Usa ad agire politicamente contro il voto, loro che fanno della democrazia rappresentativa una professione ideologica (una realpolitik questa che li rende molto più marxisti di chiunque crede che dei rivoluzionari debbano accettare dei risultati elettorali - in un regime confessionale - come una reale espressione dei bisogni delle masse).
Rispondiamo in serie: in questa rivolta c’è la borghesia? C’era anche nel 1789 quando si trattava di distruggere l’ancien regime. In questa rivolta ci sono gli Usa? Può darsi, ma ci sono anche i Mujaheddin del Popolo[1], che di sicuro con gli Usa non hanno nulla a che fare dato che sono considerati da questi un’organizzazione terrositica e la loro sola partecipazione al Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana ha convinto lo US State Department nel 2002 a chiudere la sua sede a Washington.[2]
Detto questo non sosteniamo Mousavi per ovvie ragioni, innanzitutto perché anch’esso un uomo del regime, ricordandolo al potere e con oggettive responsabilità del massacro di migliaia di mujaheddin e comunisti prigionieri politici nelle carceri iraniane nel 1988[3], e comunque perché ci guardiamo bene dal sostenere candidature in paesi dove l’alternativa elettorale si gioca tra conservatorismo e riformismo. Se decidiamo di schierarci lo facciamo con riserva, e preferiamo appoggiare non un “fronte”, ma componenti sociali che sono protagoniste di questa rivolta: appoggiamo tutti quei giovani che in questi giorni scendono in piazza affrontando le pallottole e i pasdaran per resistere alla teocrazia e alla repressione. Appoggiamo la generazione che rifiuta i sermoni, il potere degli ayatollah, il corano e la sharia, le frustate in pubblico per “condotta immorale” e le esecuzioni di adultere e omosessuali. Appoggiamo i mujaheddin e tutti i compagni nicodemiti che nel silenzio coltivano la volontà di distruggere lo Stato islamico e lo Stato in sé.
MM
Note:
[1] Exiled Iranian Opposition Group Rallies in Paris (The Washington Post)
[2] IRAN: US relies on terrorists for nuke 'intelligence' (Green Left Online)
[3] Khomeini fatwa 'led to killing of 30,000 in Iran (Telegraph)
Alcuni “marxisti” (a questo punto sedicenti tali) in questi giorni per valorizzare le tesi che inquadrano questi eventi esclusivamente da un punto di vista geopolitico (che abbiamo constatato il più delle volte alquanto discutibile) hanno difeso le ragioni popolari della popolazione periferica, rurale e contadina contro quelli a dir loro borghesi e filo-occidentali della cittadinanza urbana e metropolitana… Ci suona strana e stonata questa valutazione, c’è gente che prima di ripensare Marx dovrebbe prendersi la briga di rileggere Marx dal momento che anche il più classico dogmatismo marxista (che è comunque anch’essa una “mala-lettura”) riporta la tesi della classe contadina come una classe tendenzialmente e storicamente reazionaria. Non è per essere dogmatici, sappiamo come nella storia i contadini abbiano rappresentato spesso un bacino di forze rivoluzionarie (basti pensare alle esperienze messicane passate e recenti, o all’esperienza del comunismo cinese), ma il caso dell’Iran ci illustra una popolazione rurale strettamente legata al clericalismo e alla conservazione della natura confessionale dello Stato. Su questo punto vorremmo soffermarci anche sul supposto “dovere” di riconoscere il voto popolare (e quindi la sua presunta volontà) dei cittadini iraniani. Anche questa posizione ci sembra inaccettabile, in primis perché il risultato elettorale non è certo ed è oggetto di contestazione, secondo perché non capiamo per quale motivo dovrebbero essere i marxisti a dover chinare il capo di fronte al voto popolare quando, come dicono molti di questi signori, sono proprio gli Usa ad agire politicamente contro il voto, loro che fanno della democrazia rappresentativa una professione ideologica (una realpolitik questa che li rende molto più marxisti di chiunque crede che dei rivoluzionari debbano accettare dei risultati elettorali - in un regime confessionale - come una reale espressione dei bisogni delle masse).
Rispondiamo in serie: in questa rivolta c’è la borghesia? C’era anche nel 1789 quando si trattava di distruggere l’ancien regime. In questa rivolta ci sono gli Usa? Può darsi, ma ci sono anche i Mujaheddin del Popolo[1], che di sicuro con gli Usa non hanno nulla a che fare dato che sono considerati da questi un’organizzazione terrositica e la loro sola partecipazione al Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana ha convinto lo US State Department nel 2002 a chiudere la sua sede a Washington.[2]
Detto questo non sosteniamo Mousavi per ovvie ragioni, innanzitutto perché anch’esso un uomo del regime, ricordandolo al potere e con oggettive responsabilità del massacro di migliaia di mujaheddin e comunisti prigionieri politici nelle carceri iraniane nel 1988[3], e comunque perché ci guardiamo bene dal sostenere candidature in paesi dove l’alternativa elettorale si gioca tra conservatorismo e riformismo. Se decidiamo di schierarci lo facciamo con riserva, e preferiamo appoggiare non un “fronte”, ma componenti sociali che sono protagoniste di questa rivolta: appoggiamo tutti quei giovani che in questi giorni scendono in piazza affrontando le pallottole e i pasdaran per resistere alla teocrazia e alla repressione. Appoggiamo la generazione che rifiuta i sermoni, il potere degli ayatollah, il corano e la sharia, le frustate in pubblico per “condotta immorale” e le esecuzioni di adultere e omosessuali. Appoggiamo i mujaheddin e tutti i compagni nicodemiti che nel silenzio coltivano la volontà di distruggere lo Stato islamico e lo Stato in sé.
MM
Note:
[1] Exiled Iranian Opposition Group Rallies in Paris (The Washington Post)
[2] IRAN: US relies on terrorists for nuke 'intelligence' (Green Left Online)
[3] Khomeini fatwa 'led to killing of 30,000 in Iran (Telegraph)
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