lunedì 22 giugno 2009

Né con Mousavi, né coi pasdaran. Commento sui recenti fatti di Teheran

La situazione a oggi, 22 giugno, è quella di un Iran in balia di forti scosse sociali ed instabilità interna, con centinaia di feriti, arrestati e 10 morti sicuri (ma potrebbero essere di più) sul tappeto. Un tappeto persiano impregnato di sangue steso sulle strade di Teheran. Da dove ha origine questa rivolta sociale che fa degenerare in scontri immensi cortei e manifestazioni spontanee? È davvero solo una reazione politica ad un risultato elettorale o c’è qualcosa di più?
Riteniamo ci sia molta carne al fuoco e riuscire a prendere una netta posizione è difficile dal momento che risulta arduo riuscire a distinguere nettamente le forze in campo. Di sicuri ci sono gli schieramenti elettorali di Mahmud Ahmadinejad e di Hossein Mussavi: il primo formalmente vincente con ampio margine di vantaggio sul secondo, che contesta la validità delle elezioni denunciando brogli e fomentando la protesta. Una bega legale sulla correttezza delle istituzioni? I fatti ci dimostrano il contrario. In questi giorni complottismo e dietrologia hanno preso piede sull’analisi dei fatti iraniani, producendo la politicamente ambigua teoria della “rivoluzione verde”, ossia un esperimento collaudato degli Stati Uniti di rovesciare con un colpo di Stato soft il regime legittimato dal voto popolare, l’ennesima “rivoluzione colorata”. A parte il fatto di contestare la definizione di questa nuova presunta maxi-operazione di sabotaggio internazionale che si vedrebbe confusa con una Rivoluzione verde che si è già verificata (vedi la Libia di Gheddafi), ci sentiamo di rigettare totalmente questa ipotesi per due ragioni fondamentali: la prima, perché Mousavi non è certo un politico di primo pelo, già primo ministro iraniano negli anni della costruzione della Repubblica Islamica dall’81 all’89, e quindi non si configura davvero come un “homo novus” manovrato dagli Usa pronto a traghettare l’Iran nel bacino d’influenza americano, per lo meno non senza qualcosa in cambio. La seconda perché non stiamo parlando di ex-satelliti sovietici pronti a svendere la loro autonomia nazionale al miglior offerente per un piatto di lenticchie, qui non stiamo parlando della Georgia o del Kirghizistan, ma di un paese con uno spirito nazionalista tradizionalmente forte e radicato che ha alle spalle una storia di rivoluzioni e democrazia formale, un parallelo con le istituzioni politiche congelate delle repubbliche dell’ex-Urss è semplicemente impossibile. Non siamo ingenui, è evidente che la Casa Bianca ha tutto l’interesse a sostenere un cambiamento di rotta dalla politica degli eccessi di Ahmadinejad, soprattutto oggi che sembra cruciale una normalizzazione del medioriente di fronte allo scenario di crisi economica internazionale che si è dato negli ultimi mesi. Sarebbe da stupidi pensare che lo stesso Mousavi non abbia ricevuto l’”attenzione” del governo degli Stati Uniti, e che gli stessi non siano comunque implicati nel processo di destabilizzazione sociale che si sta verificando in questi giorni (vedasi l’interesse di movimenti come Otpor, professionisti del campo delle “rivoluzioni morbide”, che pubblica i suoi pamphlet in arabo e immaginabili flussi di denaro dalla Freedom House, che in passato sono arrivati in tutti i luoghi “caldi” per appoggiare ribaltamenti di regimi ostili al “mondo libero”), ma analizzando la composizione e la consistenza sociale delle mobilitazioni ci si può facilmente rendere conto di come questo movimento sociale non sia il frutto di un’operazione professionistica di scaltra politica internazionale volta a ribaltare i risultati delle elezioni (attendibili o meno che siano) ma si configura come una risposta di massa alle stesse fondamenta dello Stato islamico. I giovani sono i protagonisti di questa mobilitazione, l’Iran stesso è un paese giovane con l’età media di 27 anni della sua popolazione di 66 milioni di persone, la rivolta è generazionale, una generazione nata dopo la rivoluzione del ’79 e che sta minando la riproduzione storica dei valori legati alla cultura confessionale. Giovani, proletari e non, è evidente che protagonista di questo processo sia anche la borghesia urbana, ma sarebbe ridicolo (e antimarxista) non pensare alla borghesia e al suo interesse capitalistico come ad una forza progressiva nell’evoluzione storica di un paese a regime teocratico.
Alcuni “marxisti” (a questo punto sedicenti tali) in questi giorni per valorizzare le tesi che inquadrano questi eventi esclusivamente da un punto di vista geopolitico (che abbiamo constatato il più delle volte alquanto discutibile) hanno difeso le ragioni popolari della popolazione periferica, rurale e contadina contro quelli a dir loro borghesi e filo-occidentali della cittadinanza urbana e metropolitana… Ci suona strana e stonata questa valutazione, c’è gente che prima di ripensare Marx dovrebbe prendersi la briga di rileggere Marx dal momento che anche il più classico dogmatismo marxista (che è comunque anch’essa una “mala-lettura”) riporta la tesi della classe contadina come una classe tendenzialmente e storicamente reazionaria. Non è per essere dogmatici, sappiamo come nella storia i contadini abbiano rappresentato spesso un bacino di forze rivoluzionarie (basti pensare alle esperienze messicane passate e recenti, o all’esperienza del comunismo cinese), ma il caso dell’Iran ci illustra una popolazione rurale strettamente legata al clericalismo e alla conservazione della natura confessionale dello Stato. Su questo punto vorremmo soffermarci anche sul supposto “dovere” di riconoscere il voto popolare (e quindi la sua presunta volontà) dei cittadini iraniani. Anche questa posizione ci sembra inaccettabile, in primis perché il risultato elettorale non è certo ed è oggetto di contestazione, secondo perché non capiamo per quale motivo dovrebbero essere i marxisti a dover chinare il capo di fronte al voto popolare quando, come dicono molti di questi signori, sono proprio gli Usa ad agire politicamente contro il voto, loro che fanno della democrazia rappresentativa una professione ideologica (una realpolitik questa che li rende molto più marxisti di chiunque crede che dei rivoluzionari debbano accettare dei risultati elettorali - in un regime confessionale - come una reale espressione dei bisogni delle masse).
Rispondiamo in serie: in questa rivolta c’è la borghesia? C’era anche nel 1789 quando si trattava di distruggere l’ancien regime. In questa rivolta ci sono gli Usa? Può darsi, ma ci sono anche i Mujaheddin del Popolo[1], che di sicuro con gli Usa non hanno nulla a che fare dato che sono considerati da questi un’organizzazione terrositica e la loro sola partecipazione al Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana ha convinto lo US State Department nel 2002 a chiudere la sua sede a Washington.[2]
Detto questo non sosteniamo Mousavi per ovvie ragioni, innanzitutto perché anch’esso un uomo del regime, ricordandolo al potere e con oggettive responsabilità del massacro di migliaia di mujaheddin e comunisti prigionieri politici nelle carceri iraniane nel 1988[3], e comunque perché ci guardiamo bene dal sostenere candidature in paesi dove l’alternativa elettorale si gioca tra conservatorismo e riformismo. Se decidiamo di schierarci lo facciamo con riserva, e preferiamo appoggiare non un “fronte”, ma componenti sociali che sono protagoniste di questa rivolta: appoggiamo tutti quei giovani che in questi giorni scendono in piazza affrontando le pallottole e i pasdaran per resistere alla teocrazia e alla repressione. Appoggiamo la generazione che rifiuta i sermoni, il potere degli ayatollah, il corano e la sharia, le frustate in pubblico per “condotta immorale” e le esecuzioni di adultere e omosessuali. Appoggiamo i mujaheddin e tutti i compagni nicodemiti che nel silenzio coltivano la volontà di distruggere lo Stato islamico e lo Stato in sé.

MM

Note:

[1] Exiled Iranian Opposition Group Rallies in Paris (The Washington Post)
[2] IRAN: US relies on terrorists for nuke 'intelligence' (Green Left Online)
[3] Khomeini fatwa 'led to killing of 30,000 in Iran (Telegraph)


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venerdì 12 giugno 2009

Crisis 2K: analisi, ipotesi e percezioni marxiste sulla crisi globale

Di solito quando i marxisti si trovano di fronte ad una crisi economica si lasciano andare ad esultanti proclami catastrofisti, peggio di quando ciclicamente annunciano, spesso in tempi non sospetti, la fine prossima del capitalismo mondiale. Noi non riteniamo che il capitalismo stia per morire, affatto, riteniamo credibile che questa crisi non sia l’atto finale di un periodo storico segnato dal capitale e che avremo a che fare con esso ancora per diverso tempo. In realtà noi riteniamo semmai che il capitalismo, inteso come forma economica formalizzatasi nell’800 e sviluppatasi nella sua forma avanzata nella seconda metà del ‘900 sia in realtà già defunto…
Non siamo di fronte quindi ad un malato terminale, ma ad un caso di coma vegetativo permanente, un sistema economico che viene tenuto in vita artificialmente con l’aiuto di strumenti creati da lui stesso prima di giungere al suo stato comatoso attuale. Il capitalismo propriamente inteso è vissuto su di un assetto sociale e culturale che si è trascinato fino ad oggi, modificandosi via via ma mantenendo stabile il medesimo processo funzionale. Quello che abbiamo di fronte è invece un panorama mutato e innovativo rispetto all’industrialismo classico e al fordismo, viviamo l’immanenza della postmodernità con la messa al valore del lavoro cognitivo e con l’ingresso prepotente del general intellect sulla scena socio-politica mondiale. Ma non è di questo aspetto che vogliamo parlare, vogliamo invece puntare ad un’analisi percettiva della crisi in sé che si è sviluppata negli ultimi mesi. Perché parliamo di “percezioni”? Fondamentalmente per due motivi: il primo per evitare di adottare un’ottica marxista classica quanto rigida della teoria propriamente intesa (eviteremo di fare un lavoro di esclusivi riferimenti bibliografici, ci limiteremo a delle citazioni appunto “percettive”). La seconda ragione riguarda la volontà di non voler ridurre tutto ad un adattamento della situazione attuale nelle codificazioni dell’economia marxiana, proprio perché riteniamo che la complessità del quadro attuale richieda un approccio elastico che permetta di richiamarsi alla critica marxista senza effettuare forzature (e, come si tende a fare erroneamente, adattando la realtà alla teoria e non il contrario). L’interesse per una lettura marxista della crisi attuale è tra l’altro dimostrata da un’esposizione mediatica specifica verso il lavoro del filosofo (ed economista) di Treviri, non solo rispetto ad un sentimento collettivo che afferma la ragione di Marx “battendo” (seppur di misura) i critici in un sondaggio del Times [1], ma anche dal fatto che negli ultimi mesi le vendite de “Il Capitale” nel circuito editoriale internazionale (e in particolare in quello tedesco) sono aumentate esponenzialmente [2]. Il quadro generale della crisi economico-finanziaria (o meglio, finanziario-economica) è quello di una (la prima) destabilizzazione sistemica globale della circolazione di merci e capitale a livello del mondo appunto globalizzato. Le precedenti debacle finanziarie degli ultimi anni si configurano come un riflesso e al tempo stesso una causa di eventi e condizionamenti esterni all’economia, di natura politica e geopolitica (l’attentato al WTC e le successive esperienze militari dell’Occidente in Afghanistan e Iraq). Quella di oggi invece si configura come una crisi “endogena”, figlia di dinamiche proprie di un processo di crescita e sviluppo minato dall’interno delle economie occidentali a capitalismo avanzato. È cominciata con i mutui subprime, che hanno innescato un meccanismo di insolvibilità generale e hanno tirato giù un castello di carta fatto di titoli e fondi speculativi. Un’onda lunga che ha travolto le banche (con il fallimento di storici istituti, su tutti Lehman Brothers Holdings) provocando una crisi generale del settore finanziario portandolo sull’orlo di un credit-crunch globale…
L’impostazione classica dell’analisi marxista della crisi è quella legata alle crisi cicliche di sovrapproduzione, una condizione che determina prima una crisi dell’economia reale e solo successivamente una destabilizzazione negativa della finanza. La condizione attuale è invertita, una grave crisi finanziaria che ha determinato un riflesso sull’economia reale. Riduzione del credito, degli investimenti, riduzione del personale, riduzione generale del reddito disponibile e della propensione al consumo: una riduzione della domanda che innesca una spirale macroeconomica che tende a riprodurre e acuire il medesimo processo critico, e quindi continuo ridimensionamento della forza lavoro attiva dovuto a crisi o fallimento delle industrie. È interessante verificare come lo stesso Marx, in maniera non legata alle successive codificazioni classiche del Capitale, abbia avuto modo di commentare dinamiche simili con la crisi del 1857, che si configura come la prima crisi finanziaria mondiale della storia, che per modalità di evoluzione ci suggerisce come il processo di interdipendenza internazionali dei mercati fosse allora già presente e quindi condizione strutturale del capitalismo, oggi diremmo, come sistema globale. La crisi del ’57 fu originata dal fallimento di una banca newyorkese che portò in breve tempo il panico in Austria, Germania, Francia e Inghilterra (il parallelismo con la crisi attuale è molto suggestivo). Questo evento condizionò sicuramente la stesura dei Grundrisse e portò il filosofo di Treviri (ma anche l’amico di sempre Friederich Engels) a produrre valutazioni innovative rispetto, ad esempio, ai nuovi strumenti finanziari (i precursori dei moderni “futures”) che prendevano piede nelle finanze nazionali e condizionarono non poco l’evoluzione della crisi nella sua dimensione internazionale, anche lì (come oggi) accompagnata da un’espansione anomala e incontrollata del credito. [3] Le aspettative dei due rivoluzionari erano molte, ed entrambi ritenevano possibile il “compimento di tutto” nell’anno 1857… Il fatto che la storia ci consegni un quadro ben differente e una sopravvivenza di lungo periodo di quel capitalismo in crisi, ci fa essere cauti sulle previsioni, come abbiamo specificato all’inizio.
Non vogliamo soffermarci sul piano di salvataggio globale che i governi occidentali stanno mettendo in atto con operazioni concordate con il Fondo Monetario Internazionale che ogni settimana rivaluta la stima del suo costo complessivo (per ultimo si è detto 4.000 miliardi di dollari). Non è questa la dimensione che ci interessa, perché una dimensione politica e finiremmo per produrre una critica appunto politica ad un processo neo-keynesiano che ha costretto gli ultrà del neoliberismo ad invocare e scegliere un massiccio ingresso dello Stato nell’economia, nei capitali di istituti bancari in crisi, alcuni addirittura nazionalizzati (il caso dei colossi dei mutui statunitensi Freddy Mac e Fanny Mae, l’inglese Northern Rock e il gruppo belga Fortis) scegliendo una formula che molti hanno definito di “socializzazione delle perdite” a fronte della ordinaria privatizzazione del profitto, e su questo lo stesso Marx percepì il medesimo atteggiamento della borghesia durante la crisi del 1857: è bello che i capitalisti, che gridano con così tanto contro il “diritto al lavoro”, ora esigono dappertutto “pubblico appoggio” dai governi, fanno insomma valere il “diritto al profitto” a spese della comunità [4]. Quello che vogliamo considerare è la possibilità che la proliferazione di quella che viene generalmente definita “finanza creativa”, delle massicce soluzione speculative delle istituzioni bancarie, l’espansione del credito, il boom dei prodotti derivati, riveli una necessità del capitale di trovare nuovi canali di accumulazione di fronte ad uno scenario produttivo che non riesce più a garantire margini di profitto adeguati a sostenere la crescita. In altre parole, la crisi odierna si potrebbe configurare come un diversivo obbligato e rischioso per ovviare alla riduzione dei margini di profitto della produzione reale e dell’accumulazione di capitale connessa. In fondo se pensiamo al panorama economico dove la stessa circolazione monetaria è in balia dei moltiplicatori monetari delle banche e ad una moneta completamente slegata da ogni tipo di controvalore reale (aureo per il dollaro fino al 1971), non è difficile immaginare come i freni ad una finanziariarizzazione dell’economia globale siano svaniti nel corso degli anni. Ma perché questa fuga in avanti dai termini concreti dell’economia reale basata sulla produzione e sulla vendita di merci? Ritornando al discorso marxiano della crisi (soffermandoci sul libro III del Capitale ma senza scomodare la legge sulla caduta tendenziale del saggio di profitto, per evitare un avvitamento teorico storicamente spinoso quanto improduttivo nel nostro caso specifico) nella sua dimensione di ripetizione ciclica relativa alla sovrapproduzione, crediamo che non sia sbagliato valutare l’ipotesi di una crisi prodotta da un grave ed esteso processo di sovrapproduzione di merci di fronte alla più grande saturazione del mercato che la storia del capitalismo abbia mai verificato. In altre parole, riteniamo possibile leggere questa crisi non tanto come una destrutturazione endogena del sistema finanziario, quanto come un risultato di una scelta obbligata dell’economia globale di fronte alla saturazione del mercato dell’economia reale, e in quest’ottica la crisi finanziaria non sarebbe la causa del processo critico globale ma un suo effetto. La nostra ipotesi poggia sulla valutazione di settori di mercato, e sia chiaro che quando parliamo di mercato ci riferiamo all’Occidente, saturi o tendenti alla saturazione. La fuga in avanti della finanza quindi può leggersi come un processo tendente a sopperire ai rallentamenti in termini tendenziali della produzione e a mantenere accettabili (e stabili) i termini di crescita dell’economia globale. La finanziariarizzazione quindi come droga prestazionale per un economia a rischio stagnazione. Se facciamo una valutazione storica sulle condizioni del mercato capitalistico ci accorgiamo di come le forze produttive, che negli anni dello sviluppo fordista garantivano la crescita sulla base di un mercato di prima copertura di beni (raggiungendo chi non aveva un determinato bene per fornirglielo), oggi funzionino per la maggior parte nel “mercato di sostituzione”, un mercato che tende a produrre beni che sostituiscono quelli preesistenti della stessa tipologia per esaurimento di questi ultimi o per avanzamento tecnologico dei primi. Ora, se verifichiamo che importanti settori del mercato occidentale sono al limite della saturazione (il settore automobilistico, in particolare quello europeo che tende a segnare un calo percentuale a due cifre delle immatricolazioni, le telecomunicazioni, specie quelle mobili che segnano una flessione del 20% sulle vendite di apparecchi cellulari, in generale i supporti tecnologici e informatici che in questi anni tanto hanno sostenuto la crescita con un’espansione che sembrava non aver fine) possiamo intravedere il rischio di rallentamento strutturale della produzione, che per dimensioni non potrà essere certo sostenuto dalla scelta strategica di produrre merci con una vita media di utilizzo più breve, come è stato fatto negli ultimi 2 decenni. Ritornando al parallelismo con la crisi del 1857 lo stesso Marx (ma soprattutto Engels che era in quel periodo un osservatore attento della finanza europea) aveva verificato come la crisi nella sua dimensione finanziaria avveniva in un contesto di saturazione dei mercati [5], ma mentre ai tempi di Marx ed Engels quella del ’57 poteva configurarsi come una saturazione dovuta ad una contingenza dello sviluppo, oggi questo dato si verificherebbe invece in maniera strutturale e potenzialmente definitiva.
Il sogno finanziario degli anni 2000 (e relativo crollo) figlio di questa condizione strutturale del mercato quindi? La riteniamo una ipotesi interessante, soprattutto perché preannuncerebbe una crisi sistemica strutturale, e non più solo funzionale, del capitalismo avanzato e del capitalismo stesso, nel caso questo dimostrerà di avere esaurito il suo ciclo di sviluppo in Occidente, riproducibile ormai in maniera esclusiva (e quindi suicida nell’ottica di un’economia globale), dai paesi in via di sviluppo, in particolare dalla Cina, India e dalle tigri asiatiche. Riteniamo possibile valutare la situazione attuale come l’inizio di un processo di destabilizzazione definitiva dello sviluppo capitalistico, soprattutto nella misura in cui valutiamo la finanziarizzazione progressiva dell’economia come il trattamento forzato utilizzato per tenere in vita un capitalismo in stato di coma vegetativo permanente, la cui morte cerebrale è verificabile nel mutamento irreversibile delle dimensioni storiche dei rapporti di produzione e delle determinazioni sociali tipiche del capitalismo e necessarie alla sua esistenza in quanto tale. Non vogliamo rischiare di passare per falsi (in quanto fallibili) profeti, per questo evitiamo di fare ipotesi su quanto durerà questo processo, pensiamo non sia possibile valutarlo, il che significa che non sappiamo per quanto tempo ancora avremo a che fare con questo sistema economico sottoposto ad alimentazione forzata. Quello che possiamo dire che, essendo contrari all’accanimento terapeutico, se non addirittura favorevoli all’eutanasia, noi staccheremmo volentieri la spina…


MM


Note:

1. “Karl Marx: did he get it all right?” (Articolo corrispondente in italiano su “La Stampa”: Crisi, il dubbio del "Times":
"Aveva ragione Marx?"
)
“Banking crisis gives added capital to Karl Marx’s writings” (Articolo corrispondente in italiano su Rainews24: “In piena crisi finanziaria il Capitale di Karl Marx va a ruba”)

2. In questa crisi la sovrapproduzione è stata generale come non lo era stata mai prima. Il bello è questo, e avrà delle conseguenze enormi. La forma sotto la quale la sovrapproduzione si nasconde è sempre , più o meno l’estensione del credito; ma questa volta, in modo particolare, sono gli imbrogli con i titoli. Il sistema di far denaro mediante titoli “futuri”, attraverso banche o investitori istituzionali che pratichino “affari di cambio”, e di coprirli prima della scadenza, o anche no, secondo come si mettono le cose, è la regola. Tutti gli investitori istituzionali lo praticano. Questo sistema è stato spinto all’estremo; dove imperversano questi imbrogli su titoli, molti agenzie, trattarie in questa linea, sono andate in malora per questo. (da “Crisi di sovrapproduzione e titoli futures”, Friedrich Engels, “Lettere a Marx, 11/12/1857 – 6/1/1858”)

4. Lettera di Karl Marx a Friedrich Engels, 8 dicembre 1857, in K. Marx, F. Engels “Opere”, Vol. XL, Editori Riuniti, Roma, 1973, p. 236

5. Stavolta ci sarà un giorno del giudizio senza precedenti, l’intera industria europea rovinata, tutti i mercati saturi […], tutte le classi abbienti trascinate nella rovina, bancarotta completa della borghesia, guerra e disordine al massimo grado (interessante notare come Engles valutava i rischi della crisi negli stessi termini in cui è stato fatto in questi mesi per la situazione odierna, n.d.r.). Lettera di Friedrich Engels a Karl Marx, dopo il 26 settembre 1857, ivi, p. 78

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domenica 7 giugno 2009

Nuove Tesi di Aprile

Usciamo con questo titolo perentorio per rimandarvi all’ascolto, all’elaborazione e alla tesaurizzazione dei contenuti politici espressi durante l’incontro di Uninomade su “Movimenti e sindacati nella crisi globale” che ha avuto luogo all’Atelier Occupato ESC il 25 e 26 aprile scorso, che delineano a nostro avviso delle importanti linee guida sulla pratica politica di opposizione sociale in tempo di crisi globale e disegnano un quadro interessante per le prospettive future del movimento, soprattutto alla luce delle nuove recenti esperienze di conflittualità che si sono verificate in ambito torinese (vedi rivolta studentesca e conflittualità intersindacale nelle mobilitazioni operaie). Abbiamo selezionato quelli che, a nostro avviso, sono gli interventi più significativi.

Buon ascolto.



- Ridefinire le forme della contrattazione sociale

Introduzione di Alberto De Nicola


- Soggetti e territori dei nuovi conflitti sociali

Introduzione di Beppe Caccia

Lotte sulla formazione in Francia – Judith Revel

Lotte e sindacalizzazione del lavoro cognitivo in Usa – Gigi Roggero

Intervento conclusivo di Toni Negri


- La forma sindacale dentro, contro e oltre la crisi

Relazione introduttiva di Toni Negri



Interventi di:

Pierpaolo Leonardi (Cub/RdB)

Piero Bernocchi (Cobas)

Giorgio Cremaschi (Fiom)



Dibattito conclusivo:

Toni Negri

Cremaschi

Bernocchi


Per ascoltare tutti i contributi rimandiamo al sito
http://www.globalproject.info/art-19845.html

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